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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #40 - Il cretinismo parlamentare - Tommaso Santino (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 8 Jan 2026 07:32:10 +0200


Malattia che relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore. ---- (Karl Marx, Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, cap. V, 1852) ---- Il "cretinismo parlamentare", vera e propria malattia e iattura per il movimento operaio e per le masse lavoratrici, ancora alberga nei gruppi dirigenti non solo dei presunti partiti progressisti, financo radicali o autoproclamatesi antagonisti, ma negli stessi gruppi dirigenti sindacali.
Abbiamo già avuto modo di esplicitare in nostri precedenti articoli la deriva sostanzialmente da "sindacato giallo" della CISL, che in solitaria ha indetto una sua manifestazione nazionale a Roma il 13 dicembre, nei fatti di sostegno alla manovra governativa tanto che sul suo sito nazionale si può inequivocabilmente leggere: «Manifestazione nazionale del 13 dicembre a Roma: per un Patto della Responsabilità tra Governo, parti sociali e forze politiche, in vista del 2026 e della conclusione del PNRR per dare concretezza a traguardi strategici condivisi».
La UIL, smarcandosi dalla iniziative in comune con la CGIL fino allo scorso sciopero, ha indetto anch'essa in solitaria una sua manifestazione per il 29 novembre a Roma, in contemporanea con la manifestazione nazionale per la giornata internazionale di solidarietà con la Palestina in continuità con le piazze del 3 ottobre scorso.
L'assemblea generale della CGIL del 6 novembre e la successiva assemblea dei delegati nazionali svoltasi a Firenze il giorno seguente, confermando il totale giudizio negativo sulla prossima finanziaria, ha invece indetto uno sciopero generale per il 12 dicembre. Senza entrare approfonditamente sull'opportunità, pur esplicitata da alcuni delegati presenti il 6 e 7 novembre a Firenze, di convergere nella manifestazione nazionale del 14 novembre degli studenti ma soprattutto nella data del 28 novembre, giorno in cui l'USB e la maggioranza del sindacalismo di base ha indetto lo sciopero generale contro la manovra, non confermando e alimentando quella volontà unitaria che positivamente si era cristallizzata nelle piazze per lo sciopero generale del 3 ottobre a seguito dell'attacco alla Global Sumud Flotilla da parte dello Stato di Israele, la dichiarazione finale conferma, tragicamente, che il gruppo dirigente CGIL è tutt'ora affetto dalla malattia del "cretinismo parlamentare".
È pur vero che la logica settaria è ampiamente presente nei gruppi dirigenti del sindacalismo di base, in particolare dell'USB, che a sua volta non ha cercato minimamente di ricreare un'iniziativa unitaria sull'onda del 3 ottobre preferendo cavalcare un rinato protagonismo, in particolare giovanile, tutto a fine elettorale e di "partito" a scapito di una vera e propria possibilità di incidere sulla manovra finanziaria e sui reali rapporti di forza esistenti nei luoghi di lavoro, immodificabili senza la presenza e la capacità di lotte unitarie e di massa.
A conferma di una tale sciagurata impostazione è sufficiente leggere alcune parti del documento con cui Potere al Popolo, nella sua assemblea nazionale del 25 ottobre, giornata della manifestazione nazionale della CGIL a Roma, si è espressa per la «costruzione di un blocco politico e sociale indipendente verso il 2027». Dopo una pur condivisibile analisi delle gravi e precarie situazioni economiche e sociali della nostra classe e delle nuove generazioni l'indicazione forte è «entrare nelle istituzioni e nei media per denunciare cosa accade, bloccarne il "normale" funzionamento, ottenere delle vittorie».
Il ragionamento materialistico come si vede è totalmente rovesciato. È dalla presenza di rapporti di forza favorevoli alle masse lavoratrici nei posti di lavoro e nella società che può scaturire una presenza anche nelle istituzioni, fermo restando che questa presenza possa significare un reale passo avanti verso l'affrancamento delle masse lavoratrici. Questo rovesciamento analitico viene oltremodo confermato là dove, nella prospettiva delle prossime elezioni politiche del 2027, si afferma:
«Vogliamo[...]far entrare nelle istituzioni[...]persone degne e coraggiose che sappiano fare opposizione[...], che sappiano rappresentare gli interessi della maggioranza contro la minoranza di privilegiati. Che sappiano far apparire una politica bella, entusiasmante, che sfrutti l'invenzione e la forza popolare per fare dell'Italia un paese più felice e non condannato all'estinzione e alla marginalità».
Non si comprende bene da quale marginalità dovremmo uscire, forse dal mercato economico mondiale che ricordiamo è quello capitalistico, magari schierandoci per altri fronti economici e politici quali i BRICS, ma comunque il problema dei problemi è intercettare persone «degne e coraggiose».
Ugualmente il gruppo dirigente CGIL continua a porsi come surrogato delle formazioni politiche alternative alla maggioranza di governo, sia che venga classificato come "campo largo" o genericamente centrosinistra, non indicando chiaramente né obiettivi precisi da rivendicare, né una strategia di lotta unitaria che possa realmente tentare di modificare i rapporti di forza fra le classi in questa fase economica e politica. Nel documento finale dell'assemblea generale nazionale del 6 novembre nessun obiettivo comprensibile e reale viene indicato.
Una generica listona di buoni propositi, che a ogni assemblea generale nazionale viene ripetuta, dal generico richiamo al «rinnovo di tutti i contratti di lavoro», ad «assunzioni e stabilizzazioni del lavoro precario» e non si capisce perché solo nei «settori pubblici», a generici «investimenti per rafforzare il sistema universalistico a partire da sanità, istruzione, enti locali, non autosufficienza, diritto alla casa» così come non meglio precisate «politiche industriali per i settori manifatturieri e per i servizi», al fine di eliminare «i divari di genere occupazioni e salariali e per creare nuova e buona occupazione» per finire con una genericissima e vaga «strategia per il rilancio del Mezzogiorno».
Inoltre, sempre sul terreno parlamentare-legislativo e non paghi della sconfitta subita sui referendum, troviamo un ulteriore rimando a una raccolta di firme per un'iniziativa di legge popolare sulla sanità, di cui i contorni al momento sono del tutto opachi, contrariamente alla necessità di una riflessione critica e di una robusta inversione di rotta nelle ipotesi di contrattazione nazionale e territoriale delle singole categorie, sui fondi sanitari e sul welfare contrattuale e aziendale, dimostratesi strumenti fondamentali per il governo e per il padronato al fine di scardinare la sanità pubblica e il concetto stesso universalistico dei servizi, tornando alla prassi delle vecchie mutue sanitarie.
Infine viene indicato un appoggio incondizionato alla battaglia referendaria prossima di aprile sulla riforma della giustizia varata del governo Meloni, senza minimamente mettere in rapporto questo scontro istituzionale con le condizioni sociali delle masse lavorative, con il rischio reale di perdere anche questa ulteriore battaglia non molto comprensibile a livello di massa, determinando ulteriore sfiducia e scoramento nelle masse lavoratrici, prospettando una reale possibilità di conferma dell'attuale maggioranza politica per le prossime elezioni politiche del 2027.
La stessa giusta e condivisibile adesione e sostegno alle categorie della Funzione Pubblica e della Scuola che non hanno firmato il contratto 2022-2024, in assenza di una volontà e capacità di lanciare una battaglia generalizzata sul salario intercategoriale, si ritorcerà sicuramente sulla tenuta della stessa CGIL in questi settori, non avendo la forza e la volontà di ribaltare i tavoli contrattuali, in particolare nella trattativa di secondo grado e che vedrà da parte di CISL, UIL e sindacati autonomi firmatari la giustificazione al loro operato del "meglio che niente". La stessa richiesta di defiscalizzazione degli aumenti contrattuali dimostra una confusione del gruppo dirigente, che per riuscire a portare a casa qualche soldo in più rischia di incamminasi nello stesso errore fatto con i fondi integrativi e in particolare sul welfare contrattuale e aziendale.
Abbiamo già altre volte affrontato questo aspetto contrattuale[Cristiano Valente, Per una reale difesa delle condizioni salariali e sociali delle lavoratrici e dei lavoratori è ora di cambiare marcia, «Il Cantiere», n. 38, ottobre 2025]e del come non casualmente il padronato sia disponibile a elargire masse monetarie significative su questo versante e non sulle paghe base, in quanto queste masse monetarie vengono defiscalizzate. Talmente sfacciata ed evidente è questa strategia padronale, coadiuvata dal governo Meloni, che la stessa Banca d'Italia nell'audizione parlamentare sull'ipotesi contenuta nella finanziaria dell'aliquota ridotta al 5% sugli incrementi retributivi derivanti da contratti collettivi sottoscritti nel biennio 20252026 a favore dei lavoratori dipendenti con redditi annui non superiori a 28 mila euro ha dovuto ammettere e affermare: «è improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d'acquisto perduto dai lavoratori».
Ancora una volta siamo alla consueta partita di giro. Non si intaccano i profitti industriali a favore dei salari, ma visto che la maggioranza della fiscalità grava sui lavoratori dipendenti, spostando masse monetarie sempre nostre, di salario "indiretto", ci autofinanziamo presunti aumenti salariali. In più il 40% dei dipendenti privati è già coperto da contratti firmati prima del 2025 e quindi sono esclusi da questo sgravio, come i lavoratori del commercio e del turismo e non è affatto chiaro successivamente al 2026 con quali conteggi e con quali procedure queste somme tassate al 5% rientreranno nel conteggio della fiscalità generale.
Insomma una vera e propria confusione.
Confusione e inconcludenza nell'impostare una battaglia generalizzata sul salario, sulla non volontà di allargare il fronte di lotta con i lavoratori della scuola e del pubblico impiego e sulla non volontà di disdettare l'accordo del Patto della Fabbrica che legando gli incrementi salariali all'indice Ipca determina incrementi che non coprono pienamente l'inflazione reale.
Inconcludenza che la classe padronale ha ben colto, tanto che gli incontri del 13-14 novembre fra Federmeccanica e Assistal con le organizzazioni sindacali Fiom, Fim e Uilm sulla chiusura del contratto dei metalmeccanici, scaduto nel giugno del 2024, non hanno visto ancora la chiusura del contenzioso a quasi un anno e mezzo dalla sua naturale chiusura. Anzi da parte padronale si continua ad affermare la volontà di non chiudere il contratto con le cifre indicate dalle organizzazioni sindacali, cioè a 280 euro a livello C3, ma si continua a indicare disponibilità sul salario accessorio e sul welfare industriale, rimandando gli ulteriori incontri a fine del mese di novembre e che i tempi di questi rivista non permettono di seguire e su cui torneremo nei primi numeri del prossimo anno.

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