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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #11-26 - Antispecismo per far cessare ogni ingiustizia. Risposta critica all'articolo "Una specie speciale" (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 10 May 2026 07:41:54 +0300
L'articolo "Una specie speciale" - replica all'articolo
sull'antispecismo "Oltre lo specismo. Il cammino verso la liberazione
totale" - è un esempio quasi perfetto di una retorica che si presenta
con voce pacata, si professa aperta al cambiamento, riconosce il valore
delle critiche altrui, e poi, con eleganza, rimette tutto al suo posto.
Qualcuno la potrebbe definire retorica reazionaria e non a torto. E in
effetti è qualcosa di simile ma, se vogliamo, anche più sottile e,
proprio per questo, più degno di una risposta accurata.
Provo dunque ad analizzare le argomentazioni esposte nell'articolo, con
calma, pezzo per pezzo.
La prerogativa umana come alibi
L'articolo esordisce con un argomento che, ripetuto abbastanza spesso
nel testo, finisce per apparire solida filosofia: siamo noi a
preoccuparci del destino degli animali, e il fatto che ci preoccupiamo
è, tra gli altri, prova della nostra "unicità". La nostra capacità di
"problematizzare", il fatto di essere soggetti morali, etici e
consapevoli sarebbe una prerogativa esclusiva dell'essere umano, e
questo ci qualificherebbe e ci distinguerebbe.
L'argomentazione è platealmente circolare: sottolineare quelle
innegabili caratteristiche umane è assolutamente ininfluente rispetto
alla questione che vogliamo affrontare, sarebbe come parlare della
capacità dell'essere umano di comporre stupende opere musicali mentre si
discute dell'atrocità delle guerre.
Che l'antispecismo non neghi affatto le peculiarità cognitive
dell'essere umano dovrebbe essere un terreno comune a chiunque si sia
speso un minimo ad affrontare la tematica. Sarebbe grottesco il
contrario. Ciò che l'antispecismo contesta è l'uso di quelle peculiarità
per costruire una gerarchia.
Il delfino si orienta nel buio dei mari con un sistema sonar che nessuna
tecnologia umana ha ancora eguagliato. La formica deposita tracce
chimiche che costituiscono un sistema di comunicazione collettiva di
straordinaria complessità. L'elefante elabora lutti. Il corvo pianifica.
Il polpo risolve problemi. La complessità, intesa come ricchezza
adattativa, sensoriale, relazionale, è ovunque nel vivente. La
complessità umana è una complessità, non la complessità. Il fatto che
sia l'unica che possiamo esperire direttamente non la rende la misura di
tutte le altre. Esattamente come sono uniche le tante e diverse culture
umane e uniche le tante e diverse attitudini dei singoli umani (e spesso
sono quelle in cui nasciamo e viviamo fino alla morte), ognuna di esse,
lo dovremmo sapere, da anarchici, non può essere il metro per giudicare
le altre, tantomeno per sopraffarle.
Le stesse peculiarità che l'autore invoca per distinguerci dagli altri
animali sono quelle che ci hanno condotti a costruire lager per miliardi
di animali, a far collassare ecosistemi, fino ad avvicinarci, secondo
molti scienziati, alla sesta estinzione di massa della storia planetaria
(la prima estinzione autoindotta della storia, più grave di quella che
ha colpito i dinosauri e che potrebbe porre fine alla speciazione dei
grandi vertebrati). Se la prerogativa cognitiva umana è il criterio del
valore morale, allora dobbiamo ammettere che quella prerogativa ha
dimostrato, come minimo, un lato oscuro di proporzioni abissali.
Non si tratta di una critica all'essere umano, evidentemente. Si tratta
di prendere atto delle conseguenze di questa celebrata unicità e di non
consentire l'uso ideologico di un dato biologico.
È interessante osservare come l'unicità delle peculiarità umane sia
usata in contrapposizione a quelle degli animali, tutti, a prescindere
dalla loro specie. È un atteggiamento non diverso dal nazionalismo che
fa una netta distinzione tra connazionali e stranieri come se questi
fossero tutti uguali e provenissero dallo stesso paese esterno rivelando
che dietro la difesa dell'unicità c'è solo un goffo tentativo di tirare
una linea, assolutamente arbitraria, tra noi/loro e, sulla base di
questa, costruire impianti filosofici, naturalmente avvelenati alla radice.
Il neonato e l'agnellino
L'autore ripropone il classico dilemma del neonato contro l'agnellino
«Se in una situazione emergenziale devi scegliere tra salvare un neonato
o salvare un agnellino, chi salvi?» rispondendovi con disinvoltura:
«salvo il neonato perché è umano come me». L'unica persona messa
realmente in difficoltà da quella domanda è chi la pone pensando sia un
quesito valido e utile. Detto questo, la risposta dell'autore è onesta.
Ed è esattamente il punto della questione.
Nessun antispecista negherebbe la tendenza generale a "preferire" o
"favorire" ciò che ci somiglia, ciò che ci è vicino, ciò che appartiene
alla nostra storia emotiva. Questa preferenza è reale, comprensibile, ha
radici in parte biologiche e, in certi contesti, è anche legittima. Il
problema sorge quando da questa preferenza istintiva si vuole ricavare
una giustificazione morale universale per l'oppressione sistematica,
cosa su cui l'autore è d'accordo, ma nel dire di esserlo cade in un
cortocircuito grossolano e pericoloso.
Del resto, la stessa logica con cui si sostiene che sia normale
difendere ciò che mi somiglia o mi è vicino porterebbe a difendere
tribalismo, nazionalismo, razzismo, competizione, capitalismo, ecc.
ovvero tutte quelle aberrazioni che, stabilendo di volta in volta i
confini di ciò che si considera simile e vicino, distruggono o sfruttano
il resto. Lo stesso autore lo sa bene e, quando si parla di gruppi
umani, è facile riconoscere si tratti di distorsioni cognitive, spesso
alimentate dalla propaganda del potere e usate contro di noi, orrori che
le società progressiste si sforzano di superare. Ma, nel momento in cui
si tratta di animali, quella stessa distorsione viene improvvisamente
riabilitata, nobilitata, trasformata in una ragione etica non priva di
un suo fondamento. Come se, cambiando i soggetti delle nostre
discussioni, fossimo improvvisamente colti da un'amnesia tale da far
dimenticare l'impianto filosofico ed etico che, da anarchici, ci muove
in una data direzione.
Il fatto che io possa scegliere di non gettarmi in un fiume per salvare
uno sconosciuto, preferendo la mia vita alla sua, non crea
automaticamente un impianto filosofico che giustifica la morte di quello
sconosciuto, né tantomeno la sua sofferenza, magari per ricavarne
prodotti che non mi sono necessari. La distanza tra l'emergenza estrema
e la prassi quotidiana è immensa, e nascondere la seconda dietro la
prima è una delle retoriche più antiche e meno difendibili del dominio.
Specismo, razzismo, sessismo: le analogie incomprese
L'autore dichiara di fare fatica a equiparare lo specismo al razzismo o
al sessismo. La ragione che adduce è che nel caso delle razze umane, le
distinzioni sarebbero arbitrarie (e in effetti le razze biologiche non
esistono), mentre le differenze tra specie sarebbero scientificamente
acclarate.
Ma questo argomento travisa completamente la natura dell'analogia.
L'antispecismo non afferma che le differenze biologiche tra specie non
esistano. Afferma che quelle differenze non giustificano l'infliggere
sofferenza evitabile. Esattamente come le differenze anatomiche tra i
sessi - che esistono - non giustificano il sessismo. Esattamente come le
differenze fenotipiche tra popolazioni - che esistono - non
giustificavano il razzismo.
Il punto non è l'esistenza delle differenze, ma il salto logico che le
trasforma in licenza di dominio.
Le discriminazioni sulle quali un tempo si sono costruite consuetudini e
persino leggi aberranti (e alcune perdurano sino a ora) si basavano
anche su differenze reali e oggettive che oggi possiamo dire arbitrarie
e irrilevanti (come il colore della pelle nel razzismo o la presenza di
specifici genitali nel sessismo). Quelle differenze reali erano (sono)
considerate validi motivi quando si vuole avallare una discriminazione.
Il lavoro progressista verte proprio sul distruggere la validità di quei
motivi, non negare che esistano le differenze. Quindi parliamo di
differenze reali ma che è folle e ingiusto prendere in considerazione al
fine di giustificare l'atrocità e la sofferenza perpetrata a danno di
specifici individui.
Verso gli animali viene fatta la stessa identica operazione: la
differenza biologica è usata per perpetrare atrocità e sofferenze che
potrebbero essere risparmiabili. Ecco l'analogia.
Del resto, per dare un'idea di quanto sia arbitrario il valore che si dà
a queste differenze, basti pensare al destino che riserviamo ad alcuni
animali rispetto ad altri: nella nostra società è legale e accettato
sgozzare un maiale ma non un cane. Nel secondo caso si commette un
illecito e si è considerati degli psicopatici. Tutto questo non avviene
certo per motivi di carattere biologico.
Un altro aspetto importante da valutare è che se l'analogia
specismo-razzismo è rifiutata in quanto le specie esistono mentre le
razze no, va da sé che la cosa implichi come il razzismo sia sbagliato
proprio perché le razze umane non esistono biologicamente. Ma questo è
un fondamento pericolosamente fragile: se domani si scoprisse una
differenza genetica rilevante fra le razze umane, dovremmo forse
riconsiderare la schiavitù? Evidentemente no. Ma questi sono i pericoli
a cui si espone una società che demanda a dati biologici e scientifici
la solidità della propria morale. Questo è il pericolo di dover
necessariamente avere appigli culturali e dati oggettivi per rilevare
qualcosa che è evidente alla sensibilità finanche di un bambino.
Per completare l'analogia, il razzismo, quindi, è sbagliato perché la
sofferenza di chi ne esperisce gli effetti è reale e il dominio è
ingiusto, indipendentemente dall'esistenza o meno di categorie
biologiche e di quale natura esse siano. Quella stessa logica - la
sofferenza reale è reale, il dominio è ingiusto - vale per gli animali.
Il loro sistema nervoso, la loro capacità di provare dolore, paura,
stress, attaccamento, privazione li rende individui in grado di soffrire
una discriminazione e un abuso: tutto questo è un fatto evidente per
chiunque e, se proprio dobbiamo affidarci alla scienza perché ormai ha
sostituito completamente il nostro "sentire" umano, si tratta anche di
un fatto scientificamente documentato con la stessa solidità di
qualunque dato biologico.
Il capitalismo come parafulmine
Uno dei momenti più eleganti dell'articolo è il trasferimento di
responsabilità: è il capitalismo a distruggere il mondo mentre
«Utilizzare la natura e gli animali per il nostro sostentamento, per
l'alimentazione o per la tutela della nostra stessa vita non può essere
considerato, di per sé, un abuso.». Questa frase merita un'analisi
chirurgica.
Partiamo dal presupposto incontrovertibile che mangiare carne nel mondo
contemporaneo non è, per la stragrande maggioranza delle persone, una
questione di sopravvivenza. È una scelta. Ogni giorno. Ripetuta più
volte al giorno. È una scelta che può essere cambiata, e che, quando
cambiata, riduce immediatamente la quantità di sofferenza inflitta nel
mondo. Quindi, non nascondiamoci dietro un dito ed escludiamo che dietro
lo sfruttamento animale ci sia una questione di sostentamento,
alimentazione o tutela della vita. C'è solo un privilegio e la difesa di
una abitudine. Questo lo rende un abuso.
L'antispecismo non propugna di difendere la vita degli animali a costo
della propria. Chiunque, in condizioni di bisogno, per la propria
sopravvivenza, potrebbe essere portato a commettere azioni contro
un'altra vita. Si pensi a chi ha dovuto ricorrere al cannibalismo in
condizioni estreme, o a chi deve uccidere un altro uomo per difendere la
propria vita. Queste azioni, comprensibili, in nessun caso stabiliscono
uno standard al di fuori di quei contesti emergenziali che le hanno
generate.
Detto questo, il capitalismo è certamente corresponsabile, fra le altre
cose, dello sfruttamento intensivo degli animali. Ma non è l'origine di
quel problema, né di alcun altro problema radicale, è piuttosto una
manifestazione concreta di come si muovono certi tipi di economie e
potentati. Spesso l'anarchismo dimentica questo fatto e si aggrappa alla
prolifica e valida filosofia anarchica ottocentesca e del primo
Novecento come se fosse però il bacino di tutte le ragioni anarchiche,
quando in realtà si tratta di una specifica lettura legata a quello
specifico periodo.
Sembra quasi che abbattuto il profitto e socializzati i mezzi di
produzione, l'essere umano possa finalmente risvegliarsi in una realtà
fatta di autodeterminazione, libertà, uguaglianza. Non succederà. Le
radici della nostra schiavitù, delle disuguaglianze, del dominio,
affondano in un terreno che esisteva millenni prima del mercato globale
figuriamoci del capitalismo e, temo, sopravviverà anche al suo collasso.
Ecco perché il capitalismo è un sintomo, non la malattia.
Quindi, la riduzione dei problemi a "è il capitalismo" rischia di
impoverire drasticamente la comprensione dei problemi e la loro soluzione.
In ogni caso, il capitalismo è un sintomo devastante e va affrontato
anche nella questione animale, non in sostituzione a essa. E, per
parlare di capitalismo, bisogna parlare anche e soprattutto di chi lo
sostiene acquistando, consumando, investendo. Le multinazionali non
producono per magia o per hobby: producono perché esistono domanda e
acquirenti. È l'individuo il motore del capitalismo. L'individuo che
agisce è parte del sistema, non spettatore esterno. Quindi c'è qualcosa
di profondamente ironico nell'accusare il capitalismo di distruggere gli
animali e la natura, mentre si argomenta per mantenere intatta la
pratica di consumo che quell'industria capitalistica richiede o magari
argomentando perché diventi più etica, moderata.
Tutto ciò diventa ancora più assurdo considerando che, anche lasciando
da parte la questione etica, a parità di calorie e nutrienti, i prodotti
animali consumano più terra e producono più inquinamento. Oggi, in un
mondo al collasso proprio per questi motivi, la bistecca rappresenta un
privilegio che sputa in faccia non solo all'individuo sacrificato per
quel rinunciabile sapore, ma anche a tutti i migranti climatici e i
milioni di morti causati dall'inquinamento ogni anno, diventando uno dei
massimi emblemi del capitalismo predatorio più sfacciato e crudele.
L'azione morale unidirezionale e la sua ipocrisia nascosta
L'autore riconosce che la lotta per la liberazione animale sia un
compito nobile, ma aggiunge: è un'azione morale unidirezionale,
possibile solo in virtù della nostra unicità. Siamo noi a poter essere
voce di chi non ha voce.
Vale la pena iniziare col dire che gli animali hanno tutti voce ma siamo
noi a essere sordi. Quando un animale può provare sentimenti come paura,
angoscia e dolore, così come gioia, voglia di giocare, affetto, ridurre
il tutto a una loro presunta mancanza di scelte etiche per parlare di
unidirezionalità è fuorviante e pretestuoso. Proprio in virtù
dell'unicità di ogni specie, va compreso che le altre specie funzionano
in maniera differente e quindi è doveroso riconoscere la nostra cecità
rispetto a certi meccanismi sociali delle altre specie. La moralità e
l'etica cambiano radicalmente anche dentro alle culture umane e sono
anche diverse da individuo a individuo. Escludere completamente che
l'etica esista nel regno animale è un presupposto arrogante e, appunto,
specista che va anche contro la maggior parte della letteratura etologica.
In aggiunta a questo, ci si prenda un momento per porre l'affermazione
nel suo contesto reale: un sistema in cui ogni anno vengono segregati,
obbligati alla riproduzione e macellati centinaia di miliardi di animali
terrestri, centinaia di miliardi di animali marini, al ritmo di quaranta
mila al secondo, in condizioni sistematicamente brutali, trasformando
individui in prodotti, il tutto per non rinunciare all'abitudine a un
sapore. Ecco, questo è il contesto in cui si riflette, compiaciuti, sul
fatto di avere la prerogativa morale di chiederci se forse non stiamo un
po' esagerando.
L'azione morale unidirezionale è la conseguenza precisa di un rapporto
di potere assoluto, in cui una specie detiene il controllo totale sulla
vita e sulla morte di tutte le altre perché ne ha appunto il potere, e
si autocelebra per il fatto di teorizzare che forse sarebbe il caso di
esercitare quel potere con un minimo di moderazione. Il paragone con il
colonialismo è sin troppo facile: il potere con cui le società
industriali dominavano (e dominano) gli individui delle comunità non
civilizzate veniva celebrato come la prova stessa della giustezza di
quel dominio. Se si parla di umani, è evidente che quel potere vada
distrutto. Se sono animali, invece, parliamo di azione "morale
unidirezionale". Non è un caso che certe comunità siano state spazzate
via, deportate e schiavizzate dal colonialismo proprio perché gli
individui erano visti come bestie.
Siamo animali
Quando si parla di unicità dell'essere umano, vale la pena ricordare
qualche dato.
L'Homo sapiens condivide con bonobo e scimpanzé una percentuale di DNA
superiore a quella che elefante africano ed elefante indiano condividono
tra loro. Siamo, tassonomicamente e biologicamente, una delle cinque
grandi scimmie. La nostra anatomia, infatti, - senza artigli, con
dentatura piatta, mascella debole che può muoversi lateralmente,
intestino lungo, acidità dello stomaco debole, grandi quantità di
ptialina nella saliva per scomporre gli amidi, capacità cromatica ampia,
pollice opponibile, repulsione istintiva per le carcasse, ecc. - è
quella di un primate frugivoro che ha sviluppato capacità onnivore per
adattamento, non di un predatore per natura.
La scoperta dei neuroni specchio ha rivelato che la nostra biologia è
letteralmente costruita per risuonare con l'esperienza altrui: quando
osserviamo qualcuno provare dolore, le stesse aree neurali si attivano
in noi. L'empatia, hanno dimostrato gli studi, è una funzione biologica
primaria condivisa da molte specie.
Quando operiamo una modifica a questa capacità empatica, commuovendoci
davanti a un cane picchiato e rimanendo indifferenti davanti a un maiale
in gabbia, non stiamo esercitando un giudizio morale sofisticato. Stiamo
subendo una distorsione cognitiva prodotta dalla cultura,
dall'abitudine, dall'interesse economico. È uno stato cognitivo indotto
in cui le percezioni naturali di aborrimento della sofferenza vengono
sospese e direzionate arbitrariamente per convenienza.
L'essere umano di oggi è un animale culturale, certo, ma la cultura ha
il potere anche di spegnere l'istintuale tendenza della nostra specie
alla condivisione e all'empatia, così funzionano le propagande
reazionarie come il razzismo e anche come lo specismo. Se non si
comprendono questi meccanismi, celebrare l'unicità culturale dell'essere
umano è come celebrare l'acquisto di una macchina molto potente senza
accorgersi che guidandola stiamo investendo altri individui e finiremo
per schiantarci contro un muro.
Non si può ignorare che prima della rivoluzione agricola per centinaia
di migliaia di anni (da quando esiste l'Homo sapiens, e milioni di anni
se consideriamo il genere Homo), e quindi per più del 90% della nostra
vita su questo pianeta, i motori principali della nostra sopravvivenza
derivavano unicamente dalla nostra biologia e quindi su meccanismi
istintivi come l'empatia e la collaborazione. Avevamo piena contezza
dell'ambiente in cui ci muovevamo in un rapporto armonico sia con la
natura che con le sue nostre stesse necessità psico-fisiche, esattamente
come ogni altro essere vivente. Non c'è da meravigliarsi che, in questo
contesto, non sia mai stato necessario inventare leggi, gerarchie,
dominio, economia, competizione. Queste sono apparse dopo che la
stanzialità e le regole della civiltà hanno iniziato a inquinare il
nostro rapporto con la natura. In questo processo è stato fondamentale
costruire un impianto culturale che ha reso accettabile il dominio e la
domesticazione, sia umana che animale.
L'anarchismo contro i confini ma non quelli di specie
L'autore conclude affermando che «l'anarchismo è una teoria della
libertà umana». È un'affermazione che merita una contestualizzazione
storica e, simultaneamente, una contestazione filosofica.
Il pensiero anarchico ha avuto la capacità, nel corso della storia, di
ampliare progressivamente il proprio orizzonte morale: dalle rivoluzioni
contro il potere nobiliare all'abolizionismo, dal femminismo
all'antirazzismo, dall'anticolonialismo all'ecologia radicale. In ogni
tappa, c'era qualcuno che diceva: questa è una lotta per X, non possiamo
estenderla anche a Y. E, ogni volta, la storia ha dimostrato che quella
resistenza non era espressione di un principio, ma di un privilegio che
si temeva di perdere. Ad esempio, non è raro imbattersi in grandi
filosofici anarchici misogini proprio perché figli del loro tempo e del
loro sistema di appartenenza cognitiva.
L'ampliamento della sfera morale è il motore del progresso etico, e ogni
resistenza a quell'ampliamento ha una struttura logica sempre identica:
"costoro sono diversi da noi, le nostre categorie morali non si
applicano a loro".
Gli animali non si organizzeranno mai in sindacati. Non scriveranno
manifesti. Non parteciperanno alle assemblee. Per lo meno non in forme
riconoscibili dall'essere umano come tali. Fa parte della loro unicità,
diversa dalla nostra, ed è diversa da specie a specie.
La condizione degli animali allevati e uccisi è la condizione di ogni
essere che dipende completamente dalla volontà altrui per non essere
oppresso o ucciso. Non è una ragione per escluderli dalla nostra
considerazione morale: è la ragione più forte che esista per includerli.
La incapacità - presunta o meno - di un individuo di compiere scelte
morali o etiche non è evidentemente un metro adeguato per decidere se
applicare anche a lui le nostre linee etiche e morali, altrimenti
potremmo ritenere accettabile, ad esempio, che individui umani in stato
vegetativo o con disabilità cognitive dovrebbero essere esclusi per gli
stessi motivi.
Oltre a questo, pensare che la libertà umana possa prescindere dalla
libertà delle altre specie e dei meccanismi naturali è una delle forme
più palesi e velenose di un antropocentrismo che esclude il resto del
vivente dai meccanismi di vita umana, anche e soprattutto da quelli
sociali e morali. È una forma di segregazione che non porterà mai a
nessuna vera liberazione e ci condannerà a un futuro in cui saremo
sempre in lotta con una parte di noi: la natura e il nostro essere animali.
La coerenza come bussola, la scelta come responsabilità
L'autore concede, verso la fine, che sia «lecito e possibile - pur senza
dichiararsi antispecisti - lottare contro gli allevamenti intensivi,
contestare la sperimentazione sugli animali, assumere stili di vita
improntati alla compassione». È una concessione generosa. Ed è anche il
segnale che qualcosa, nel ragionamento, non torna.
Se riconosco che gli allevamenti intensivi siano sbagliati, devo
chiedermi perché. Se la risposta è "perché producono sofferenza
inutile", allora ho già adottato il principio centrale
dell'antispecismo: che non sono indifferente alla sofferenza degli
animali perché questa ha rilevanza morale e il nostro interesse alla
comodità alimentare non la giustifica automaticamente. A quel punto, la
questione non è se essere antispecisti in astratto, ma se essere
coerenti in concreto.
La coerenza è la misura più onesta di un sistema di valori ed è un
lavoro costante da fare su se stessi. Non è onesto né utile invocare la
critica al capitalismo mentre si finanzia volontariamente una delle
industrie più devastanti. Non si può professare un «umanesimo non
antropocentrico» e poi escludere sistematicamente gli interessi degli
animali da ogni considerazione etica e pratica quando questa collide con
delle abitudini a cui non si vuole rinunciare.
L'antispecismo non chiede perfezione. Chiede consapevolezza, così come
ogni altra filosofia che mira a far cessare delle ingiustizie. Chiede di
smettere di fingere che la sofferenza inflitta ogni giorno a miliardi di
esseri senzienti, sia una conseguenza inevitabile della nostra natura,
piuttosto che il risultato di scelte culturali che possiamo rivedere.
Piuttosto che fare appello a quel pensatore, fare riferimento a quella
filosofia, affidarsi ai risultati di quella ricerca scientifica, forse
serve fare appello all'umana empatia e tornare a sentire. Nessuno nasce
razzista ma molti lo diventano grazie a una certa cultura, a una
propaganda mirata con scopi precisi. Ebbene nessuno nasce specista;
eppure, tutti lo diventiamo perché esposti a una propaganda molto
simile. Chiunque posto nella condizione di scegliere se nuocere o non
nuocere, sceglierebbe di non farlo. Ad esempio, chiunque al volante di
un auto si trovasse davanti a un riccio sulla strada, cercherebbe di
evitarlo. Se qualcuno non lo facesse, anzi, lo puntasse investendolo
volontariamente, cosa penseremmo di lui, della sua morale, della sua
complessità cognitiva?
La risposta è evidente, ma se parliamo di abitudini alimentari, allora
scatta "qualcosa" che annebbia tutte le nostre peculiarità, esattamente
come capita per tutte le altre discriminazioni; trovandoci a negare che
schiacciare quel riccio sia un abuso; facendo passare l'idea che
evitarlo sia qualcosa che non riguarda la nostra sfera morale ed etica;
arrivando a difendere le azioni con le quali causiamo morte, sofferenza,
con le quali consumiamo la terra e la inquiniamo. Paradossalmente anche
in un contesto anarchico.
Tutti noi nasciamo in un mondo capitalista, nazionalista, sessista e
razzista. L'anarchico ha visto al di là della propaganda che vuole
normalizzare quegli orrori e ha fatto la scelta di abbatterli, prima
dentro di sé e poi fuori, rinunciando anche al privilegio che un certo
tipo di mondo concede ad alcuni. L'antispecista ha fatto lo stesso. È lo
stesso percorso di decostruzione col quale un individuo smette di
accettare che un altro essere vivente sia sfruttato e ucciso per
conservare il proprio privilegio. Che questa forma di privilegio a
svantaggio di altri individui sia ignorata o persino giustificata in un
contesto anarchico suona paradossale e profondamente anacronistico.
Credo sia importante chiederci costantemente che tipo di anarchia
vogliamo, rappresentiamo e costruiamo. Qui ci stiamo chiedendo: vogliamo
davvero un'anarchia che ignori o addirittura giustifichi la sofferenza
di un essere vivente capace di soffrire?
Massimo Geloni
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