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(it) Italy, FDCA, Cantiere #41 - La battaglia è lunga e i nemici sono numerosi ma noi saremo ancora più numerosi. Il domani è nostro, compagni! - Alternativa Libertaria / FdCA (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 6 Mar 2026 07:34:08 +0200
Come documentiamo con il comunicato dei nostri compagni iraniani, che
pubblichiamo nel presente numero del Cantiere, le notizie che giungono
dall'Iran sono drammatiche: il governo sceglie la linea della
repressione sanguinosa che miete migliaia di vittime, migliaia di
arresti e minacciando la pena di morte contro chi manifesta contro il
regime. La protesta che vede un'ampia e spontanea partecipazione di
popolo coinvolge anche le lavoratrici, i lavoratori e le donne,
unitamente alle giovani generazioni di studentesse e studenti. La
rivolta, scatenata dalle insopportabili condizioni economiche, dalle
sanzioni ulteriormente inasprite dal primo mandato di Trump e da
un'inflazione che mina i redditi medio-bassi, ha assunto precise
configurazioni di classe per divenire portatrice di concrete istanze di
opposizione politica e di libertà a lungo represse da un regime
sfruttatore, reazionario, confessionale e oppressivo, fortemente
indebolito dalla violenta evoluzione della competizione imperialista,
che vede gli USA e Israele i principali interpreti della disputa
mediorientale. Se per l'aggressione al Venezuela il pretesto è stato il
narcotraffico, se per l'intervento in Siria si è invocata la libertà
contro un regime sanguinario, se in Nigeria si è invocata la difesa
della cristianità, in Iran l'imperialismo sta cinicamente cavalcando le
lotte spontanee delle masse oppresse per eliminare un pericoloso
concorrente nell'area mediorientale. Queste operazioni «risultano
pienamente intelligibili se collocate all'interno delle logiche
dell'imperialismo contemporaneo, inteso come articolazione politico
militare delle esigenze di riproduzione del capitale su scala globale. I
teatri interessati dagli interventi coincidono con aree strategiche del
sistema energetico mondiale, sia in termini di riserve sia di snodi di
transito. Lo Yemen controlla uno dei principali checkpoint del commercio
globale di idrocarburi; la Siria si colloca lungo potenziali corridoi
energetici interregionali; l'Iran esercita un potere strutturale sui
mercati attraverso lo Stretto di Hormuz; Venezuela e Nigeria
rappresentano riserve fondamentali di petrolio e gas. Questa ricorrenza
geografica non appare contingente, ma espressione di una razionalità
imperiale orientata al controllo delle condizioni materiali
dell'accumulazione». A questa escalation della competizione
imperialista, che si manifesta anche all'interno dei singoli Stati più o
meno egemoni, segue anche in Europa una crescente e generalizzata corsa
al riarmo che massimizza i profitti e le rendite dell'industria militare
e del capitale finanziario che la sostiene, aggravando le condizioni di
vita delle classi subalterne. «Avremo la Groenlandia o con le buone o
con le cattive», ha dichiarato il presidente USA Trump per non lasciare
un'area strategica all'ingerenza russa e cinese, amplificando quella
volontà di dominio volta ad attenuare e ritardare il declino dell'impero
americano e dei suoi alleati, in un mondo che vede nascere e affermarsi
nuove e temibili potenze. La guerra in Ucraina continua in un sanguinoso
e devastante scenario che vede allontanarsi le prospettive di pace e
che, contemporaneamente, vede l'ancora inadeguato imperialismo europeo,
diviso nella prospettiva di un riarmo continentale che si riduce a
essere condotto Stato per Stato, ma sostanzialmente unito nel foraggiare
il sostegno al prosieguo di un conflitto scatenato dalla necessità degli
USA di separare gli interessi europei da quelli russi e cinesi,
affermando la propria egemonia sull'UE.
La tregua stipulata a Gaza non ha fermato il genocidio della popolazione
civile palestinese che continua a subire la fame, la miseria e la morte
da parte del governo di Israele e del suo esercito occupante; la Cina
reclama Taiwan, lasciando chiaramente intendere che non tollererà al
riguardo ingerenza alcuna; il Giappone si riarma per contrastare il suo
declino economico in uno scenario che vede, oltre al consolidarsi
dell'egemonia cinese anche sull'intero continente asiatico, il
candidarsi a quarta potenza mondiale dell'India e il consolidarsi del
ruolo economico e politico dei BRICS. Dopo ripetute minacce, che hanno
riguardato a diversi livelli anche il Canada, il Messico, Cuba, la
Colombia e la Groenlandia, gli USA aggrediscono il Venezuela sia per le
sue ingenti risorse naturali, sia per lanciare un monito all'ingerenza
russa e, soprattutto, a quella cinese nel continente, al fine di
riaffermare la propria egemonia ormai declinante. Lo scenario si
prospetta complesso sia perché l'export del petrolio venezuelano verso
la Cina raggiunge circa l'8% dell'intero fabbisogno cinese, sia per la
qualità non ottima del petrolio venezuelano, sia perché l'industria
preposta alla raffinazione di quel paese è obsoleta e necessita di
considerevoli investimenti. Inoltre è parere di alcune autorevoli
compagnie facenti tutte riferimento a Big Oil (ExxonMobil, Chevron,
ConocoPhillips), che gli investimenti necessari per migliorare e
aumentare la produzione del petrolio di Caracas per mettere fuori gioco
la concorrenza russa e cinese (Trump ha richiesto investimenti ingenti,
che prevede interamente a carico delle compagnie, di 100-200 miliardi),
rischino di mettere fuori mercato la produzione statunitense di greggio.
Inoltre le compagnie petrolifere reclamano maggiori garanzie e tutele
per non intercorrere in nuove nazionalizzazioni, espropri e vincoli
aziendali che penalizzerebbero ulteriormente i loro interessi,
reclamando quindi cambiamenti significativi del regime venezuelano per
poter tornare a investire. In questo complesso scenario è coinvolta
anche ENI, con i suoi cinquecento dipendenti e circa 3 miliardi di
crediti. Il diritto, le istituzioni internazionali, la stessa democrazia
politica borghese, le sue istituzioni e costituzioni, tutte queste
sovrastrutture che hanno sorretto il corso ascendente del liberalismo
democratico quale espressione istituzionale benigna degli Stati
capitalisti d'occidente, dimostrano oggi tutta la loro impotenza a
rapportarsi al nuovo corso della competizione imperialista, la quale
vede emergere nuove e insidiose forze che reclamano il riconoscimento
del proprio ruolo nel mercato mondiale. Gli equilibri imperialisti si
modificano quindi in uno scenario contraddittorio, che vede le relazioni
internazionali regolate non più da accordi diplomatici e dal diritto
internazionale, ma dalla non mediabile brutalità dei rapporti di forza
tra le principali potenze economiche e militari. In questo scenario gli
USA non si rassegnano al proprio declino e decidono di dettare le regole
con crescente ed evidente brutalità, senza alcuna mediazione così come
avveniva in passato. Altro aspetto importante da sottolineare è quello
dello schieramento cosiddetto "campista", ben rappresentato all'interno
di una sinistra di derivazione staliniana tutt'altro che sopita. Come
all'epoca del "socialismo reale" anche l'attuale regime venezuelano è
spacciato come socialista e quindi da difendere, contro quello che è
ritenuto l'unico imperialismo esistente, quello USA, che pure sfrutta e
opprime il continente latinoamericano da oltre 150 anni. Un simile
ragionamento omette le implicazioni sociali e di classe che vedono la
borghesia nazionale venezuelana desiderosa di affrancarsi
dall'imperialismo statunitense e dalle componenti borghesi che
dell'imperialismo hanno beneficiato, al fine di gestire in prima persona
le risorse del Paese. Per realizzare questo intento, la borghesia
nazionale diviene necessariamente antimperialista dando luogo a regimi
"bonapartisti" che perseguono un rapporto con le classi subalterne
finalizzato all'unità della patria contro l'imperialismo. Un simile
intento implica riforme sociali anche significative per elevare le
misere condizioni materiali di vita di ampi strati di popolazione,
contrastando così il sottosviluppo e l'arretratezza. Ciò è indubbiamente
positivo ma non si può non considerare che questi obiettivi
rappresentano gli interessi di egemonia che la borghesia nazionale
venezuelana persegue, quale forza di governo, con una deriva autoritaria
volta a reprimere ogni forma di dissenso sociale e di classe. In una
fase nella quale i meccanismi di valorizzazione del capitale entrano in
crisi la guerra diviene una prospettiva concreta che apre all'intera
militarizzazione delle società: le condizioni di vita delle classi
subalterne vengono aggredite, i sindacati indeboliti, il diritto e le
istituzioni borghesi nazionali e internazionali ridotti all'impotenza e
le lotte represse nella cornice emergente di un'economia di guerra che
vede risorgere il militarismo con tutti i suoi miti patriottici e
reazionari che minano storiche conquiste civili e presuppongono l'unità
nazionale contro il nemico in agguato alle frontiere, secondo il
tradizionale cliché delle guerre imperialiste.
Anche in Italia lo scenario si adatta perfettamente al suddetto cliché
di cui la recente legge di bilancio è la più coerente conseguenza: si
salvaguardano i profitti e le rendite anche attraverso una politica
fiscale classista che tutela il capitale e tollera l'evasione; si
tagliano i servizi sociali quali sanità, istruzione, previdenza,
edilizia pubblica e trasporti; non si combatte la perdita del potere di
acquisto dei salari, la diffusa disoccupazione e il dilagare del
precariato, le morti sul lavoro, la devastazione ambientale e
l'invivibilità dei territori; l'informazione diviene sempre più di
regime e si risponde con la repressione alle lotte delle lavoratrici,
dei lavoratori e del movimento studentesco e giovanile; si aggrediscono
i diritti delle donne e dei settori meno tutelati della società; si
alimenta l'intolleranza verso i più deboli e verso le diversità, in un
contesto che vede risorgere il patriarcato, il razzismo e espressioni
dichiaratamente fasciste perseguite a livello individuale, collettivo e
organizzativo; nell'intera società, soprattutto nelle scuole di ogni
ordine e grado, dilaga il veleno militarista al fine di plasmare una
mentalità di guerra, così come è stato ripetutamente dichiarato dai
vertici militari dei vari Stati e dal segretario della NATO Rutte,
necessaria per gestire al meglio le ingenti spese per il riarmo previste
per i prossimi anni e pagate, come abbiamo già documentato, dalle
risorse depredate alle classi subalterne. L'aggressione imperialista si
combatte non con l'azione di governo ma con la mobilitazione sociale
unitaria che nasce dal basso per consolidarsi ulteriormente fase dopo
fase. Ben vengano quindi le manifestazioni di massa contro la guerra, le
sue vittime e le sue distruzioni, nella consapevolezza che «la battaglia
è lunga e i nemici sono numerosi ma noi saremo ancora più numerosi,
sempre saremo più numerosi. Il domani è nostro, compagni». Ma
l'enunciato che riportiamo anche in epigrafe non basta: questa bella
esortazione, per divenire reale, necessita dell'azione cosciente della
minoranza politica organizzata che agisce nella realtà dello scontro di
classe per difenderne l'autonomia e per sostenere il conflitto nelle
fasi di crisi e di sconfitta, al fine di tornare a vincere. Questo è
l'ambizioso compito che ci siamo proposti.
https://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/
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