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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #34-25 - Sangue, soldi e salvatori. Guerra al narcotraffico: le mille maschere dell'impero (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 10 Jan 2026 08:34:53 +0200
Rieccoci, i registi della Casa Bianca ci presentano di nuovo lo stesso
film della serie "l'impero colpisce ancora", sempre con la stessa trama,
ma questa volta ambientato sulle coste del Venezuela in salsa trumpiana.
Si fanno noiosi, hanno davvero poca fantasia questi vampiri del potere
assetati di sangue e controllo. A questo giro di giostra dell'orrore la
grande potenza USA brandisce la bandiera della guerra al narcotraffico
per giustificare la sua proiezione militare. L'ennesimo pretesto
impacchettato - come suole - da salvatore, per giustificare un'altra
guerra, ma sempre per accaparrarsi petrolio, risorse e potere e anche
per scongiurare la bancarotta degli USA ormai alle porte.
L'amministrazione Trump ha intensificato in modo inquietante la retorica
su Maduro, accusandolo di guidare un "Cartello de los Soles", di essere
un narcotrafficante, un "narco-terrorista". Secondo Trump e i suoi
sostenitori, una parte significativa del flusso di droga - specialmente
cocaina - proviene dal Venezuela o passa attraverso il Paese, quindi il
progetto geniale questa volta è: andiamo a devastare il cattivo
narcostato del Venezuela, ci mettiamo un fantoccio/a filoamericano/a a
capo, e salviamo i nostri giovani poco produttivi resi zombie dal
fentanyl (oppioide sintetico che ha causato un'ondata di morti per
overdose) sulle strade di Los Angeles, anche se di questi a Trump non
gliene è mai sbattuto nulla, ma sono pur sempre ottimi pretesti.
Tuttavia, osservatori indipendenti e analisti hanno messo fortemente in
dubbio queste accuse. Come già menzionato nell'ottimo articolo di
Massimo Varengo (Umanità Nova del 12 novembre), secondo Pino Arlacchi,
ex direttore dell'UNODC, il Venezuela non è un narcostato: le accuse non
sarebbero supportate da report concreti delle agenzie internazionali
antidroga. In più, come denuncia il sito Contropiano, rapporti delle
Nazioni Unite menzionano marginalmente il Venezuela, indicando che solo
una piccola frazione della droga colombiana transita per il Paese.
Insomma, la demonizzazione su base narcotraffico sembra in molti casi un
espediente propagandistico, utile a legittimare un'ulteriore pressione
militare immediatamente successiva all'investimento, negli ultimi 2
anni, in armi di distruzione di massa fornite allo stato amico di
Israele per compiere il genocidio a Gaza e mantenere la politica di
apartheid.
Secondo gli ultimi articoli di stampa, gli USA hanno dispiegato una
flotta navale importante nei Caraibi come parte di operazioni
"anti-narco" che, agli occhi di molti, suonano come un riavvio della
classica "gunboat diplomacy".
Ma qual è il vero bottino? Dietro a queste accuse non è certo da
ignorare che il Venezuela è ricco di riserve petrolifere enormi e che la
sua storia energetica è profondamente intrecciata con gli interessi
statunitensi. Per decenni gli USA hanno mantenuto un interesse
strategico per il petrolio venezuelano: basti pensare alle
nazionalizzazioni petrolifere in Venezuela, al potere sempre oscillante
di PDVSA, la compagnia statale e al modo in cui Washington ha reagito
con sanzioni e pressioni politiche. In più, non è certo la prima volta
che gli Stati Uniti si giustificano con pretesti morali ("combattiamo il
male della droga") per intervenire in un paese strategico, anche
economicamente.
Per comprendere la situazione attuale occorre guardare anche alla storia
dell'imperialismo statunitense, alle sue strategie e a come il controllo
delle risorse (soprattutto petrolio) ha spesso guidato le sue azioni.
Ecco di seguito alcuni esempi.
- Plan Colombia: è uno degli esempi più lampanti di come la retorica
della "guerra al narcotraffico" venga usata per motivi geopolitici ed
economici. Il Piano Colombia, sostenuto dagli Stati Uniti, non era solo
una campagna antidroga, ma anche un'operazione di sostegno alla
sicurezza che mirava a stabilizzare la zona per proteggere interessi
strategici, tra cui il petrolio.
- Interventi per risorse energetiche in America Latina: gli USA hanno
una lunga storia - spesso nascosta - di coinvolgimento nei Paesi
latinoamericani quando vi sono in ballo risorse naturali. Ad esempio,
l'operazione FUBELT in Cile (1970-1973) è uno dei casi più noti. la CIA
intervenne per destabilizzare il governo Allende, con il timore che la
sua politica potesse minacciare interessi economici americani.
- Operazione Condor: negli anni '70 e '80, gli Stati Uniti hanno
supportato reti di repressione transnazionali in Sud America (Argentina,
Cile, Paraguay, Uruguay, Bolivia...), ufficialmente contro la
"subversione", ma con conseguenze concrete di controllo politico e
repressione, spesso con la collaborazione di regimi di destra autoritari.
- Nicaragua: negli anni '80 durante la guerra civile, i ribelli Contras,
sostenuti dalla CIA, sono stati accusati di traffico di cocaina per
finanziare la loro lotta contro il governo sandinista. Documenti
declassificati mostrano che funzionari del NSC (Consiglio di Sicurezza
Nazionale USA) erano consapevoli dei legami tra alcuni comandanti dei
Contras e trafficanti di droga. Un'inchiesta del Senato (il "Kerry
Committee") rilevò che alcuni fondi destinati ai Contras derivavano da
intermediari connessi al narcotraffico. Alcune fonti sostengono che gli
USA abbiano sfruttato la narrazione del "narco-terrorismo" per
giustificare il sostegno militare ai Contras.
- Afghanistan: oppio e forti responsabilità americane. Emergono sempre
più prove reali e complesse di un coinvolgimento della CIA nei campi di
papavero afghani. Durante l'invasione sovietica (anni '80), gli USA, con
l'operazione Cyclone, sostennero i mujaheddin, alcuni dei quali, come
Gulbuddin Hekmatyar, usarono l'aiuto della CIA per costruire reti di
traffico d'oppio e laboratori di eroina. Più recentemente (2004-2015),
la CIA avrebbe avviato un progetto segreto per sabotare la produzione di
oppio: aerei sorvolavano i campi di Helmand e Nangarhar per disperdere
semi di papavero selezionati, con bassa concentrazione di alcaloidi,
così che le piante risultanti contaminassero geneticamente le
coltivazioni native, riducendo la purezza dell'oppio. È chiaro il
sostegno politico e militare degli USA a gruppi che, a loro volta,
sfruttano l'oppio come risorsa economica. Il programma di semina segreta
mostra una forma sofisticata di "guerra alternativa": non colpire
direttamente i contadini, ma cercare di degradare la qualità del
papavero per ridurre il valore dell'oppio. Ci sono documenti e analisi
autorevoli che sostengono l'idea che la CIA e gli USA abbiano tratto un
vantaggio strategico (e in parte economico) dal traffico di oppio in
Afghanistan, soprattutto durante la guerra sovietica.
È necessario inoltre guardare anche la dimensione internazionale e
sanitaria delle dipendenze, per provare a capire la questione del
narcotraffico in un'ottica non solo geopolitica.
Secondo l'ultimo Rapporto Mondiale sulle Droghe (World Drug Report) 2025
dell'UNODC, il consumo globale di droghe non alcoliche è aumentato
significativamente: nel 2023, circa 316 milioni di persone tra i 15 e i
64 anni hanno fatto uso di almeno una sostanza illegale, rispetto al
5,2% nel 2013. Le sostanze più usate sono la cannabis (circa 244 milioni
di utenti), seguita da oppioidi (61 milioni), amfetamine (30,7 milioni),
cocaina (25 milioni) ed ecstasy (21 milioni). Inoltre, il mercato della
cocaina ha toccato il picco nel 2023: la produzione illegale è stimata
in 3.708 tonnellate, un aumento del 34% rispetto all'anno precedente.
Questo boom globale, secondo l'UNODC, alimenta un circolo vizioso:
maggiore domanda -> maggiore produzione -> più criminalità, violenza e
instabilità. D'altra parte, dal punto di vista della salute, l'ONU
segnala che solo una minima parte delle persone con disturbo da uso di
sostanze riceve cure adeguate: nel suo report, si evidenzia un forte
"gap di trattamento". In sintesi, la dipendenza è sempre più presente,
eppure le risorse investite nei sistemi sanitari non tengono il passo
con il problema: spesso prevalgono le politiche punitive rispetto a
quelle di salute pubblica e non solo nei "liberali" USA.
Bisogna anche chiedersi, per esempio, cosa potrebbe succedere se gli
Stati Uniti smettessero di impiegare risorse per minacciare, intimidire
e attaccare, e invece investissero quegli stessi mezzi in un grande
piano di sanità pubblica per le loro stesse popolazioni, con
un'attenzione vera alle dipendenze. È questa la domanda che dobbiamo
porre non soltanto a chi è oggetto della guerra, ma anche a chi la paga,
e cercare di capire come si potrebbe fare diversamente. Molti esperti
denunciano che la strategia dominante nel contrasto alle droghe -
specialmente quella esportata dagli Stati Uniti - privilegia la
repressione e la criminalizzazione rispetto a cure, prevenzione e
riduzione del danno. L'organizzazione Harm Reduction International, ad
esempio, ha pubblicato un rapporto in cui critica l'allocazione delle
risorse: gran parte dei soldi viene destinata alla "guerra" piuttosto
che a politiche sanitarie basate sull'evidenza (Harm Reduction
International). Questo modello non solo fallisce nel ridurre in modo
sostenibile il mercato delle droghe, ma spesso causa danni diretti a
comunità vulnerabili, criminalizza persone tossicodipendenti, aggrava la
disuguaglianza e minaccia i diritti umani. Il vero "narco-stato" è la
logica imperialista che usa il pretesto della droga per giustificare
interventi violenti e sfruttamento, mentre ignora i bisogni reali delle
persone che soffrono.
Secondo Peoples Dispatch, il costo operativo navale per le navi USA
dispiegate nei Caraibi (in un'ipotetica operazione contro il Venezuela)
è stimato in almeno 18 milioni di dollari al giorno. Una guerra
USA-Venezuela, se condotta su vasta scala con l'obiettivo di "vincere" e
stabilizzare, potrebbe costare decine di miliardi di dollari, una cifra
molto alta anche per il Pentagono, e non sostenibile senza impatti seri
sul bilancio. Diciamo tra i 20 e i 50 miliardi. Con quegli stessi 20-50
miliardi (o più), gli Stati Uniti potrebbero realizzare un piano molto
ambizioso ma realistico di sanità pubblica universale o quasi,
potenziando la cura delle dipendenze, la prevenzione, la salute mentale,
e riducendo enormemente la sofferenza sociale interna. Vogliamo fare un
calcolo molto più conservativo e ridurre per esempio la spesa a 10
miliardi l'anno? Con 10 miliardi di dollari è realistico costruire un
piano pubblico ambizioso per trattare un numero significativo (1-2
milioni) di persone con dipendenze negli USA, incluso formazione per il
personale, programmi di riduzione del danno, servizi domiciliari e penso
si potrebbe pure offrire il caffè venezuelano a gratis, dai.
Se lo Stato investisse nel prendersi cura, non nel punire o intimidire,
mostrerebbe la responsabilità verso i propri cittadini (che poi in
teoria sarebbe l'unica ragione per cui uno Stato dovrebbe esistere
secondo certi discutibili modelli democratici di contratto sociale).
Invece di inviare portaerei e flotte navali, potrebbe costruire centri
di recupero; in luogo di bombardare basi straniere, potrebbe distribuire
naloxone e sostegno psicologico. Un programma così non solo
affronterebbe l'epidemia di fentanyl dall'interno, ma spezzerebbe la
narrazione secondo cui lo Stato si occupa della droga solo per ragioni
di sicurezza. Dimostrerebbe che la vera sicurezza è la vita, non il
controllo; che la politica non è dominio, ma servizio e solidarietà.
Dati recenti riportano, per esempio, che i sequestri di fentanyl negli
Stati Uniti sono esplosi: tra il 2017 e il 2023, i sequestri sono
aumentati del 1.700%, con una parte consistente rappresentata da
pillole; un rapporto segnala un calo del 30,6% in un anno dei decessi da
fentanyl. Secondo Reuters, il calo complessivo delle morti per overdose
è anche attribuibile a misure pubbliche di salute (distribuzione di
naloxone, supporto terapeutico), non solo a politiche repressive.
Immaginiamo un piano radicale, un programma nazionale di sanità pubblica
gratuita negli USA, che abbia, tra i suoi pilastri, da una parte una
prevenzione massiccia nelle scuole, nelle comunità, nelle aree urbane
più vulnerabili, con campagne di educazione sulle dipendenze;
dall'altra, un piano impostato su trattamento e riabilitazione, con
cliniche gratuite o sovvenzionate per il disturbo da uso di sostanze,
incluso un forte sviluppo della riduzione del danno (terapie sostitutive
e psicoeducazione).
Non possiamo dimenticare che parte dell'epidemia di tossicodipendenze
negli Stati Uniti ha radici nelle politiche sociali mancanti: un welfare
debole, disuguaglianze crescenti e una sanità pubblica inadeguata che
negli ultimi vent'anni hanno lasciato milioni di persone vulnerabili,
esposte allo stress, alla solitudine e alla disperazione. Quando lo
Stato non garantisce un sostegno materiale - lavoro stabile, cure,
solidarietà - molti finiscono per cercare nelle droghe un sollievo, un
rifugio. Si crea un terreno fertile su cui prospera il dolore. Questa
malattia sociale non è solo colpa di chi la subisce: lo Stato stesso ne
è corresponsabile, non solo per omissione, ma anche per azione. E non è
solo un fenomeno contemporaneo. Già negli anni '60 e '70 l'uso massiccio
di LSD, marijuana e altri psichedelici nel movimento hippie non era del
tutto estraneo a manovre statali. Documenti storici suggeriscono che la
CIA, nell'ambito del progetto MK-ULTRA, abbia finanziato ricerche
sull'LSD e sperimentato su giovani aderenti alla controcultura. Se lo
Stato è indiretto o addirittura diretto artefice di quegli "esperimenti
socioculturali", chi ci assicura che non possa aver gettato le basi per
un'epidemia ben più ampia oggi, alimentata da povertà, disuguaglianza e
un sistema sanitario che preferisce criminalizzare la dipendenza
piuttosto che curarla?
Non possiamo accettare che la retorica della sicurezza e della moralità
nasconda interessi economici profondi, di controllo e rapina delle
risorse. Alla fine, la vera soluzione non risiede nella guerra, ma nel
sociale, nella sanità, nella prevenzione, nella cura. Investire nella
salute pubblica, nella riduzione del danno, nell'educazione, nella
riabilitazione significa affrontare la dipendenza per quello che è: una
questione umana, non un capro espiatorio geopolitico. Non è con le
portaerei o con le sanzioni che si costruisce un mondo libero e giusto,
ma con la dignità, la solidarietà e la vera libertà.
Lo Stato ha sempre le mani sporche di sangue, corruzione, e sofferenza.
Smettiamo di chiedere alla violenza di farsi solidarietà, smettiamo di
chiedere alla guerra di farsi pace, smettiamo di chiedere agli
oppressori di fare libertà, smettiamo di chiedere e riprendiamoci tutto!
Gabriele Cammarata
https://umanitanova.org/sangue-soldi-e-salvatori-guerra-al-narcotraffico-le-mille-maschere-dellimpero/
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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #40 - La SAC e la violenza crescente nella società svedese - CGT - Commissione per le Relazioni Internazionali (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
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