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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #40 - Materialismo e antistatalismo - Le nostre radici - a cura di Paolo Papini (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 7 Jan 2026 08:11:14 +0200


In questo breve testo, tratto da Stato e anarchia (1873), Michail Bakunin definisce la propria concezione del materialismo, affermando che la vita e la realtà sociale non discendono né dipendono dalle idee astratte di qualche scienziato o filosofo, ma sono invece le idee stesse a risultare dalle dinamiche della realtà fisica e della vita sociale.
In base a questo assunto fondamentale Bakunin dichiara che la classe lavoratrice, creatrice della ricchezza sociale, può e deve autogovernarsi una volta emancipatasi dal dominio della borghesia, senza bisogno di una élite di capi e teorici che le impongano dall'alto la loro "scienza", tanto meno nella forma di una nuova organizzazione statale e autoritaria della società che di rivoluzionario avrebbe solo il nome.
Emerge qui con forza la polemica con Marx e il socialismo statalista, allora in pieno svolgimento, nella quale Bakunin mette allo scoperto la radice idealista e quindi autoritaria del marxismo, dimostrando le sue qualità teoriche e dialettiche. Bakunin, che fu un coerente militante rivoluzionario ancor prima di essere un teorico, fu presto chiamato a nuove battaglie e l'anno successivo (1874) fu in Italia per partecipare a un nuovo tentativo insurrezionale.
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Noi rivoluzionari anarchici, fautori dell'istruzione generale del popolo, dell'emancipazione e del più vasto sviluppo della vita sociale e di conseguenza nemici dello Stato e di ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o no della scienza deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero; che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di riflessi astratti e che a questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.
In conformità con queste convinzioni noi non solo non abbiamo l'intenzione né la minima velleità d'imporre al nostro popolo, o a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in sé stesse, negli istinti più o meno sviluppati dalla loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconscie, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo, per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a un'organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di un'organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.
Gli idealisti di ogni risma, metafisici, positivisti fautori della supremazia della scienza sulla vita, rivoluzionari dottrinari, tutti assieme con lo stesso ardore sebbene con diversi argomenti, difendono l'idea dello Stato e del potere dello Stato riconoscendo in questo del tutto logicamente l'unica salvezza, secondo loro, della società. Del tutto logicamente perché una volta adottato il principio fondamentale, secondo noi completamente falso, che il pensiero precede la vita e l'astratta teoria la pratica sociale, e che perciò la scienza sociale dev'essere il punto di partenza delle riorganizzazioni e delle rivoluzioni sociali, essi sono necessariamente costretti a concludere che, dato che il pensiero, la teoria, la scienza, almeno per ora, costituiscono il patrimonio di una minoranza, questa minoranza deve quindi dirigere la vita sociale non solo promuovendo ma anche dirigendo tutti i movimenti nazionali e che l'indomani della rivoluzione la nuova organizzazione della società dovrà farsi non per la via della libera unione dal basso in alto delle associazioni, dei comuni, dei cantoni, delle regioni, in armonia con i bisogni e con gli istinti del popolo ma unicamente per mezzo dell'autorità dittatoriale di quella minoranza di scienziati che pretende di rappresentare la volontà collettiva.
È sulla finzione di questa pretesa rappresentanza del popolo e sul fatto concreto del governo delle masse popolari da parte di un pugno insignificante di privilegiati, eletti o no dalle moltitudini costrette alle elezioni e che non sanno neanche perché e per chi votano; è sopra questa concezione astratta e fittizia di ciò che s'immagina essere pensiero e volontà di tutto il popolo, e della quale il popolo reale e vivente non ha la più pallida idea, che sono basate in ugual misura e la teoria dello Stato e la teoria della cosiddetta dittatura rivoluzionaria.
L'unica differenza fra la dittatura rivoluzionaria e lo statalismo consiste solo nella forma esteriore. In effetti ambedue rappresentano, fino in fondo, il medesimo principio del governo della maggioranza da parte della minoranza in nome della pretesa stupidità della prima e della pretesa intelligenza della seconda. Perciò sono reazionarie alla stessa maniera perché ambedue danno per risultato l'affermazione diretta e infallibile dei privilegi politici e economici della minoranza dirigente e della schiavitù economica e politica della massa del popolo.
È chiaro allora perché i rivoluzionari dottrinari che si sono assunta la missione di distruggere i poteri e gli ordini esistenti per creare sulle loro rovine la propria dittatura, non sono mai stati e non saranno mai i nemici ma, al contrario, sono stati e saranno sempre i difensori più ardenti dello Stato. Sono nemici dei poteri attuali solo perché vogliono impadronirsene; nemici delle istituzioni politiche attuali solo perché esse escludono la possibilità della loro dittatura; ma sono tuttavia i più ardenti amici del potere di Stato che dev'essere mantenuto, senza di che la rivoluzione, dopo aver liberato sul serio le masse popolari, toglierebbe a questa minoranza pseudorivoluzionaria ogni speranza di riuscire a riaggiogarle a un nuovo carro e di gratificarle dei suoi provvedimenti governativi.

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