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(it) Italy, FDCA, Cantiere #43 - Il re è nudo - Mark Carney a Davos e la fine dell'ordine mondiale - Cristiano Valente (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sat, 9 May 2026 07:32:57 +0300


Sapevamo che la storia dell'ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando gli conveniva. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E sapevamo che il diritto internazionale si applicava con rigore variabile a seconda dell'identità dell'accusato o della vittima. ---- Con queste lapidarie parole pronunciate durante l'incontro annuale del World Economic Forum a Davos (Svizzera) il 19 gennaio scorso, Mark Joseph Carney, economista, banchiere, leader del Partito Liberale e primo ministro del Canada, ha svelato la vera essenza del sistema economico capitalistico mondiale: un'unica grande arena dove l'egemonia economica e politica si basa esclusivamente sui rapporti di forza fra le varie economie statali e che qualsiasi trattato o presunto diritto internazionale diventa norma ed esigibile solo ed esclusivamente a seguito di una loro cristallizzazione.
Queste non sono parole dal sen fuggite in quanto Carney ha ricoperto i massimi incarichi economici e finanziari, dapprima nel settore privato all'interno di Goldman Sachs, una delle più grandi banche d'affari del mondo, con sede legale al 200 di West Street, a Lower Manhattan, New York; e successivamente nel settore pubblico, lavorando nel dipartimento canadese delle finanze e poi come vicegovernatore della Banca del Canada. Dal 2008 al 2013 è stato l'ottavo governatore della Banca del Canada, affrontando in tale veste gli effetti della crisi finanziaria di fine anni Duemila, e dal 2013 al 2020 ha ricoperto il ruolo di governatore della Banca d'Inghilterra. è stato dal 2011 al 2018 presidente del Consiglio per la stabilità finanziaria del G20 e infine il ventiquattresimo primo ministro del Canada dal marzo 2025.
La consapevolezza che il sistema economico mondiale - che nella letteratura economica della borghesia e dai suoi lacchè viene ipocritamente descritto come un consesso di uomini e istituzioni di nobili e alti sentimenti morali, portatori di valori democratici, tendenti al continuo miglioramento e sviluppo del progresso umano - sia in realtà una cinica finzione è talmente acquisito che nel prosieguo dell'intervento il primo ministro arriva ad affermare:
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in casa.[...]Entro la fine di questo decennio raddoppieremo la nostra spesa per la difesa e lo faremo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali.[...]Stiamo quindi collaborando con i nostri alleati della NATO, compresi gli Otto nordici-baltici,[1]per proteggere ulteriormente i fianchi settentrionali e occidentali dell'Alleanza, anche attraverso gli investimenti senza precedenti del Canada in radar over-the-horizon,[2]sottomarini, aerei e truppe di terra.
La prolusione del primo ministro, tragicamente apprezzata dai progressisti nostrani, continua nella chiara affermazione che il «vecchio ordine non tornerà» e indica nell'unità di quelle potenze statali medie e di qualsiasi altro «Paese disposto a percorrerla insieme a noi» l'unica strada percorribile per un eventuale altro ordine mondiale, al fine di mettere in condizione di parità questi aggregati a "geometria variabile" con le attuali potenze egemoni (USA, Russia e Cina).
Si afferma, nella sostanza, che in un mondo in cui prevale la forza economica e militare si tratta di diventare economicamente e militarmente più forti o per lo meno equivalenti. Tutta la retorica sulle magnifiche sorti e progressive del sistema economico capitalistico si riduce a una disputa da cortile fra chi ha più muscoli (armi) da mettere in funzione. Tale strategia, propedeutica allo scontro militare come ultima tappa di una concorrenzialità sempre più esasperata, sembra non turbare affatto quest'ultimo apprendista stregone, come del resto tutti i suoi estimatori.
Ma a ogni aumento di forza di alcune potenze statali o interstatali, momentaneamente alleate, non può che corrispondere il regresso di altre economie e di altri settori merceologici e commerciali. Lo sviluppo diseguale del sistema economico capitalistico, intrinsecamente impossibilitato a uno sviluppo continuo e armonioso a livello planetario, sembra non impensierire assolutamente né il primo ministro né tanto meno il ceto politico nostrano; dai settori conservatori liberali, con l'ex governatore della Banca Centrale Europea ed ex primo ministro Mario Draghi in testa, passando per i cosiddetti sovranisti, fino ai presunti progressisti.
Anzi, questi ultimi un giorno sì e un giorno pure si stracciano le vesti, affinché l'Unione Europea diventi, attraverso la procedura della maggioranza e non più dell'unanimità, un soggetto economicamente e politicamente unito; il che è anche se abbiamo già in altre nostre pagine analizzato la caducità di un tale progetto, dovuta alla concorrenzialità delle diverse borghesie e dei vari Stati europei manifesta negli stessi progetti di riarmo e nella stessa competizione industriale è non potrebbe che rappresentare un'altra potenza economica e militare, in contrapposizione con gli Stati Uniti d'America e con la Cina, esacerbando il livello dello scontro interimperialistico. In questa lunga lista di utili idioti non è possibile dimenticare anche quei settori di sinistra, autodefinitesi radicali, che nella sciagurata logica del "nemico del mio nemico è mio amico", arrivano a sponsorizzare e tifare per i BRICS[3]in funzione antiamericana.
La realtà è che nella lunga crisi economica globale del capitalismo, il declino della crescita mondiale rischia di portarci concretamente alla vigilia di una nuova guerra mondiale guerreggiata. Il rapimento di Maduro, capo di Stato venezuelano, è stato il risultato coerente dell'abbandono del vecchio ordine mondiale, costruito a vantaggio dell'imperialismo americano dal 1945 in poi; imperialismo che a seguito alla seconda guerra mondiale aveva detronizzato e sostituito l'imperialismo, fino ad allora dominante, della Gran Bretagna. Tutte le istituzioni che erano state costruite a difesa di quel potere, a partire dalle Nazioni Unite, non sono più idonee allo scopo di sostenere l'egemonia americana.
La costituzione avvenuta ufficialmente a Davos il 22 gennaio 2026 del Board of Peace, club privato di Stati e di cui Donald Trump è il presidente a vita, con tanto di contingente militare e forza di polizia che dovrebbe per ora sovraintendere alla ricostruzione della Striscia di Gaza e in prospettiva «promuovere la stabilità, restaurare un governo affidabile e legittimo, e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti» e nel quale l'eventuale accesso avviene solo su invito dello stesso presidente, previo pagamento di una somma pari a un miliardo di dollari è esplicativo.
Dopo l'Ucraina e il Medio Oriente (di nuovo) anche l'America Latina diventa terreno di scontro tra le potenze imperialiste egemoni. La Cina è diventata oramai il principale partner commerciale di molti Stati sudamericani. Le aziende cinesi hanno ampi e lucrosi interessi, sia nel settore petrolifero che in quello minerario. Hanno investito in Cile, Bolivia e Argentina per quanto riguarda il litio, che serve per rifornire la loro industria di batterie, e hanno interessi nel settore minerario, in particolare nel rame estratto dal Cile e nel settore del ferro in Perù. In questo Paese di fatto controllano il grande porto di Chancay, con una capacità di dominio ed egemonia sul commercio sudamericano nel Pacifico. Così come Cristobal e Balboa, i due principali porti sul canale di Panama,[4]seconda linea di navigazione artificiale più trafficata del pianeta dopo il canale di Suez, gestiti fino alla fine del 2025 dal conglomerato cinese CK Hutchison, a cui il governo panamense, proprio a causa delle pressioni da parte di Trump, il 30 gennaio scorso ha bloccato la concessione tramite un decreto, riassumendo il controllo dei due porti e aprendo così una ulteriore crisi internazionale tramite un immediato ricorso da parte del governo cinese contro il governo di Panama alla Camera di commercio internazionale, un'organizzazione che gestisce le dispute commerciali tra Stati e aziende private, e come ulteriore immediata ritorsione intensificando le ispezioni doganali su importanti importazioni panamensi, come il caffè e le banane.
La Cina, ancora "officina del mondo" a causa del suo basso costo della forza lavoro e della sua sovracapacità produttiva, indirizzata verso un continuo aumento delle sue esportazioni, da tempo si è assicurata proprie forniture di materie prime, così come di molti altri porti strategici in tutto il mondo, fra cui il porto del Pireo in Grecia, uno dei maggiori in Europa e controllato dal colosso statale cinese Cosco Shipping, e tutto ciò costringe Trump a rispolverare la dottrina Monroe cercando di ridisegnare gli Stati del Centro e Sudamerica come il proprio cortile di casa. La Cina infatti è stata una dei maggiori sostenitori di Maduro acquistando il suo petrolio e concedendogli prestiti e assistenza militare.
L'intervento degli USA in Venezuela ha quindi il significato di una riaffermazione del controllo e del dominio nell'emisfero occidentale, e questa volta l'intervento si è svolto senza alcun bisogno di mascherarlo come necessità di esportare la democrazia, come con lingua biforcuta si sono giustificati gli interventi militari americani a seguito della seconda guerra mondiale, dalla Corea al Vietnam, alle guerre del Golfo in Iraq e in Afghanistan. Dalle prime accuse bislacche di narcotraffico nei riguardi del presidente Maduro si è da subito chiarito, del resto da parte dello stesso presidente Trump, che il vero e unico interesse dell'intervento in Venezuela è il suo petrolio e le risorse necessarie per mantenere il dominio statunitense, sempre più vacillante a causa del suo enorme e crescente indebitamento pubblico, scaturito proprio dalla profonda crisi economica nei settori economici più importanti, quali quello manifatturiero, dovuto alla politica di delocalizzazioni, che con la politica dei dazi si è cercato di invertire, anche se la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 20 febbraio scorso ha momentaneamente ridotto il loro impatto economico, aumentando il caos internazionale con la necessità da parte di Trump di confermare la sua politica dei dazi con nuove leggi federali rispetto a quelle precedentemente usate, con il rischio di arrivare alle elezioni di medio termine, previste per novembre prossimo, classicamente come "anatra zoppa" cioè con un Congresso a lui ostile. Il debito federale degli Stati Uniti, cresciuto per decenni, ora ammonta a circa 40 mila miliardi di dollari, il che significa che gli interessi pagati dal governo statunitense sono oltre 1 000 miliardi di dollari all'anno; nonostante i BRICS cerchino di evitare il dollaro il più possibile per le loro transazioni commerciali e finanziarie, il predominio del dollaro rimane ancora forte, ed è per questo motivo che Trump dopo il rapimento di Maduro ha beffardamente e non affatto paradossalmente dichiarato che la «Cina potrà continuare a comprare il petrolio che prendeva dal Venezuela, solo che non lo pagherà in yuan come faceva con Maduro, ma in dollari».
Questa tenace difesa del dollaro come moneta di scambio internazionale ha del resto profonde radici. Lo stesso intervento in Iraq del 2003 contro Saddam Hussein, il quale notoriamente non possedeva alcuna arma di distruzione di massa, ha la sua più profonda ragione nel tentativo di scambiare il suo petrolio non più in dollari, ma anche in altre valute, in particolare con l'euro da poco entrato in circolazione; così come nel 2011 l'intervento in Libia da parte del già Nobel per la pace Barack Obama, in coalizione con la Francia e la Gran Bretagna, contro Gheddafi, reo anch'esso di volersi svincolare dal dominio del dollaro. Questa necessità di controllo e di supremazia economica dell'amministrazione Trump è la ragione che ritroviamo nella stessa richiesta dell'acquisizione della Groenlandia, che seppure al momento rientrata, tende ad appropriarsi completamente delle immense risorse presenti nel suo sottosuolo, oltre al controllo delle rotte commerciali che sempre più si apriranno a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Infatti secondo un rapporto dell'US Geological Survey (l'agenzia statale americana che studia il territorio e le dinamiche naturali), nel sottosuolo dell'isola artica sono stati scoperti giacimenti di petrolio e gas (si stima il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas), riserve auree, ma anche rubini, diamanti e zinco. Un vero Eldorado energetico finora ricoperto dai ghiacci che si stanno velocemente sciogliendo a causa del surriscaldamento globale e che sta facendo emergere tutte le sue preziose potenzialità. Risorse non ancora scoperte dal valore di 300-400 miliardi di dollari, secondo il suddetto rapporto.
La Groenlandia, grande sette volte l'Italia, ma con 56 mila abitanti (la maggioranza di etnia inuit), geograficamente americana ma politicamente danese, fino a qualche decennio fa era una terra semisconosciuta. Troppo distante dal palcoscenico geopolitico mondiale, troppo sottopopolata e troppo fredda. Insomma, troppo artica. L'attuale Groenlandia fa gola a molti, e l'Artico più in generale è una rotta ambita da più Paesi. Dalla Cina, che si autodefinisce Stato quasi-artico e parla di Via della seta polare, agli Stati Uniti e al Vecchio Continente, che hanno captato le potenzialità non solo delle nuove rotte commerciali nordiche, ma anche delle immense risorse energetiche e minerarie che questi luoghi custodiscono.
Da anni si sa che il sottosuolo della Groenlandia contiene uranio. Ma era quasi irraggiungibile e rappresentava una sorta di frutto proibito. Tant'è che la stessa Danimarca, che rimane responsabile della politica estera e di difesa dell'isola, di recente ha modificato il suo atteggiamento di tolleranza zero nei confronti del nucleare. Per ora il Canada, l'Australia e il Kazakistan sono i grandi Paesi esportatori. Ma tenuto conto delle gigantesche riserve locali, anche la Danimarca e la Groenlandia potrebbero entrare nel club, facendo assumere alla stessa Danimarca un ruolo da protagonista sul mercato dell'uranio. Oltre all'uranio, il riscaldamento climatico sta rivelando la presenza di altri tesori nel suo sottosuolo; grandi riserve di ferro, rame, oro e terre rare a cui giganti minerari internazionali e Paesi come la Corea del Sud e la stessa Cina cominciano a interessarsi. Con lo scioglimento dei ghiacci i villaggi che vivevano della pesca di gamberetti, settore cruciale fino a oggi per l'economia locale, stanno scomparendo. I gamberetti sono andati più a nord, in cerca di acque più fredde, con la conseguenza di una crescita della disoccupazione e di un aumento vertiginoso di suicidi nella popolazione autoctona. Quindi una vera e propria folle competizione economica e politica tra le maggiori potenze statali, figlia della necessità di sempre maggiore estrazione di profitto per le classi dominanti, ci sta conducendo alla terza guerra mondiale.
Le ragioni di un possibile e imminente scontro armato fra le maggiori potenze economiche come necessità intrinseca del modo di produzione capitalistico
La guerra diviene tanto più necessaria quanto più si pretende di voler salvare il capitalismo dalla sua irreversibile crisi. Crisi che si sviluppa sempre più a causa della sua sovrapproduzione di merci orientata non al soddisfacimento dei reali bisogni, ma al profitto e alla costante caduta dei suoi tassi.
La concorrenza impone a ogni impresa, dalla più piccola e marginale ai grandi cartelli monopolistici, di innovare la produzione, sostituendo progressivamente al lavoro vivo il lavoro morto delle macchine e delle nuove tecnologie. Ma solo dal lavoro vivo si può trarre profitto, facendo lavorare il proletariato per un tempo superiore a quello retribuito con un salario. Così nelle merci, prevalendo sempre di più la parte prodotta dal lavoro morto delle macchine, la percentuale di profitto, che è l'unica cosa che interessa l'investitore, diminuirà progressivamente. In tal modo, più il saggio del profitto diviene basso, più diviene difficile trovare un investitore disponibile a mettere a rischio i propri capitali per un possibile guadagno progressivamente limitato. Lo sviluppo abnorme del capitalismo finanziario nasce proprio da questa contraddizione implicita del sistema economico capitalistico, sostituendo alla produzione di merci una scommessa futura sulle varie azioni e obbligazioni in quel mercato, vero e proprio casinò, che sono le varie borse finanziarie, in cui le alterne fortune o rovine finanziarie sono messe in conto, ma nel quale chi vince è sempre il banco e cioè il capitalismo come classe generale.
Ma i capitali, come i risparmi, se non vengono profittevolmente investiti sono progressivamente erosi dall'inflazione e ogni spazio lasciato libero da un mancato investimento viene occupato dalla concorrenza che diviene così sempre più temibile. Ecco che sempre più capitali dai Paesi ricchi emigrano e cercano di essere investiti con profitto nei Paesi in cui l'arretratezza tiene a freno la crisi di sovrapproduzione, dove la forza lavoro e le materie prime costano di meno e che permettono di ampliare il mercato in cui vendere con profitto le merci prodotte. Così i capitalisti che investono all'estero faranno sempre più pressione affinché il proprio Stato sviluppi politiche imperialiste per tutelare gli investimenti all'estero. Gli innumerevoli interventi militari, dal secondo conflitto mondiale in poi, dalla Corea al Vietnam, passando per tutto il Medio Oriente, dall'Iraq all'Afghanistan e alla stessa Ucraina, hanno unicamente questa ratio. Così come le altrettanto innumerevoli operazioni, ipocritamente dette di peacekeeping (mantenimento della pace), in realtà mirano a tutelare gli interessi economici nazionali, le rotte marittime e gli interessi specifici delle industrie nazionali, come la nostra ENI, gigante mondiale dell'energia, presente in Libia e attiva nel golfo di Guinea, che ha con la nostra Marina Militare un vero e proprio protocollo d'intesa, rinnovato nel febbraio di quest'anno. Politiche imperialiste quindi che sono rese necessarie dall'esigenza di garantirsi nuovi mercati, manodopera e materie prime (in primo luogo energetiche) a basso prezzo.
Ma più una potenza imperialista si riarma per espandere la propria zona di influenza economica, più le altre potenze, per non essere spazzate via dalla concorrenza, saranno portate a sviluppare analoghe politiche, come il primo ministro canadese insegna. Da qui la necessità del riarmo, imperativo categorico, per tutte le borghesie nazionali, comprese le diverse borghesie della vecchia Europa non più, o sempre meno, protette dall'ombrello della NATO e quindi degli USA. In più le armi prodotte, oltre a garantire una improbabile deterrenza, debbono essere vendute con profitto, e possibilmente fatte consumare come tutte le merci, per lasciare spazio a nuove armi. Quindi ci saranno sempre più potenziali conflitti interimperialistici. Così per risolvere la crisi capitalistica, nella speranza che nessun dottor Stranamore possa real-mente innescare un conflitto nucleare, si passa alla distruzione di capitali, merci e forza lavoro sovrapprodotti, attraverso la classica guerra guerreggiata convenzionale,[5]per una nuova stagione di investimenti e ripresa che inevitabilmente arriverà alla stessa identica conclusione, ma con mezzi e forza distruttiva sempre maggiore, attraverso una spesa per gli armamenti sempre maggiore, a discapito delle già ridotte politiche di welfare e quindi di salario indiretto per le masse lavoratrici, spesa per altro socializzata in quanto pagata e finanziata dagli Stati nazionali, quindi dalla fiscalità generale, mentre i profitti che essa genera verranno privatizzati.
A fronte di un tale scenario, meravigliarsi o dannarsi, come fanno i nostri democratici e progressisti, di una torsione autoritaria delle cosiddette democrazie, che pure è reale, diventa pleonastico. L'imperialismo, il capitalismo dei monopoli, è antitetico alla democrazia, sia quella etimologicamente espressa come "governo del popolo", sia alla stessa democrazia parlamentare liberale, frutto di uno sviluppo ancora in fieri del capitalismo, che aveva ancora necessità di saturare mercati nazionali e contemporaneamente irretire e mediare attraverso le logiche parlamentari un movimento operaio organizzato in ascesa che reclamava la sua emancipazione e il suo affrancamento dallo sfruttamento. La concorrenza stessa, che nella società capitalista tende a produrre il monopolio, inevitabilmente conduce e determina la legge della giungla, cioè la legge del più forte. Con l'affermazione dei monopoli e del capitale finanziario, come viene meno la libera concorrenza delle origini, che si trasmutava nella competizione politica delle varie e diverse tendenze borghesi, tende a venir meno anche il regime liberal-democratico all'interno della stessa borghesia, oramai classe cosmopolita; nel mentre a causa della caduta dei margini di profitto, ci sono sempre meno margini economici da redistribuire, sia ai ceti medi che, a maggior ragione, alle masse lavoratrici. A questo scopo la classe dominante ha disperato bisogno degli apparati repressivi dello Stato, quali esercito e polizia. Là dove gli apparati repressivi non sono sufficienti, perché ancora le organizzazioni del movimento operaio non sono totalmente piegate e ridotte nella loro presenza organizzativa e sociale nei territori, diviene indispensabile mobilitare lo squadrismo, garantito dall'ala destra della piccola borghesia e del ceto medio pauperizzato.
Lo sviluppo dell'ICE (US Immigration and Customs Enforcement), responsabile del controllo della sicurezza delle dogane e dell'immigrazione negli Stati Uniti, costituita nel 2003 ma aumentata e organizzata a dismisura nei suoi effettivi e super finanziata come vera e propria milizia militare al servizio di Trump, cioè dell'esecutivo, così come l'istituzione del TEK (Terrorelhárítási Központ) di Orban in Ungheria, fondata nel 2010 dopo la sua ascesa al potere come una vera forza pretoriana al suo servizio, fanno il paio per ora con la legislazione securitaria del governo Meloni, anche se il riaffacciarsi in Italia di formazioni dichiaratamente neofasciste, da CasaPound a tutta quella galassia della destra, responsabile dell'attacco alla sede della CGIL nel 2021, alla formazione politica di nuovo conio del generale Vannacci, è esplicativa della nuova fase in corso. Quindi il capitalismo e le sue ricorrenti crisi genera con i monopoli l'imperialismo e quella forma di governo che potremmo definire "bonapartismo", nel senso di un regime autoritario fondato sul prestigio personale e sul consenso popolare plebiscitario, ma che al momento non necessita di trasformarsi in una vera e propria controrivoluzione preventiva come quella che fu in Italia dopo il primo conflitto mondiale, ma che vede forze di destra radicale che hanno governato o che in parte continuano a governare Paesi come il nostro, oppure come l'Olanda, l'Austria, la Polonia, o che potrebbero governare Paesi come la Francia con il Fronte Nazionale, la Germania con Alternative für Deutschland e il Regno Unito con Reform.
L'unica forza in grado di fermare la prospettiva di una guerra generalizzata è la classe lavoratrice
Il nostro antimperialismo non si limita agli Stati Uniti o all'Occidente, ma è contro ogni Stato. La nostra lotta è contro ogni capitalismo, che come forma economica e sociale continua a confermare la sua immutabile barbarie in ogni quadrante geopolitico. Dall'occidente economicamente e politicamente definito, alle terre dell'est asiatico, alle disgraziate lande mediorientali e africane, gli interessi economici delle avverse borghesie nazionali o transnazionali continuano a determinare gli equilibri mondiali.
L'ultimo episodio di guerra, scoppiato mentre stavamo scrivendo queste note e di cui non sappiamo se ancora sarà in corso quando queste usciranno, è l'attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all'Iran con l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei. Anche questa guerra ha come unico e reale scopo il ripristino dell'egemonia economica e politica americana in quella ragnatela di interessi che è il Medio Oriente, in cui più soggetti statali stanno giocando la loro partita come potenze regionali, a partire da Israele, alleato storico degli USA, in contrapposizione all'Iran, sostenuto militarmente dalla Russia e commercialmente anche dalla Cina, così come la stessa Arabia Saudita, anch'essa storica alleata degli USA, ma che tenta di giocare in autonomia una funzione anti-iraniana e anti-israeliana, fino alla stessa Turchia presente militarmente nel territorio della Siria.
Le guerre in corso e quelle che si prospettano non sono opera di matti al potere. Sono il frutto naturale di un sistema capitalistico che ciclicamente abbisogna delle guerre, così come delle cosiddette catastrofi naturali ma che tali non sono, al fine di rilanciare la sua accumulazione. Le guerre si continuano a fare per il controllo dei mercati, delle materie prime, delle fonti di energia, delle terre rare, sempre più necessarie per lo sviluppo della produzione; attraverso le nuove tecnologie, niente affatto neutre ma indispensabili per una sempre maggiore estrazione di plusvalore dalla forza lavoro. Nonostante gli innumerevoli cantori di un capitalismo temperato, capace a loro dire di assicurare il giusto equilibrio fra i diversi interessi delle classi sociali, e i ricorrenti maître à penser delle presunte nuove e inedite forme di capitalismo, questa nuova stagione di conflitti convenzionali testimonia l'invarianza del sistema economico capitalistico. La materialità e la tragicità delle guerre in corso confermano la materialità del capitalismo e la necessità del suo superamento. Le guerre, pur con i droni e tecnologie avanzate, si fanno per ragioni antiche e in maniera convenzionale[6]in un campo di battaglia definito. Le forze militari contrapposte sono ben riconoscibili e mirano a sconfiggere l'avversario tramite superiorità logistica, tecnologica e tattica. Se come ci appare tutto ciò ha una sua attendibilità la necessità di una battaglia internazionalista è sempre più impellente. Non abbiamo altra scelta.
Chi lavora realmente per la pace fra i popoli, non può limitarsi a stracciarsi le vesti per la presunta fine del cosiddetto diritto internazionale. L'ONU in questo caso è il problema e non la soluzione. Se siamo arrivati a queste conclusioni significa che questo organismo ha rappresentato un equilibrio formale nella contesa interimperialistica, come ci ricordava il primo ministro canadese, fino a che conveniva. Lo stesso varrà per il Board of Peace o altre consorterie simili. Occorre dire, ad alta voce, che c'è una sola guerra per la libertà: quella che in ogni Paese, arabo o occidentale, del nord o del sud del mondo, è sostenuta dagli sfruttati contro gli sfruttatori. Il nostro compito è di spingere i lavoratori e le lavoratrici contro i loro padroni. Ciò è possibile se in Italia, così come nel mondo intero, il movimento dei lavoratori, le proprie organizzazioni politiche e sindacali, puntano il dito accusatorio contro l'aumento delle spese militari e le industrie belliche; contro il governo, sempre più comitato d'affari degli interessi della borghesia come il ministro Crosetto, da buon lobbista delle armi e con disprezzo della sua stessa incolumità, ha dimostrato con la sua presenza a Dubai (Emirati Arabi Uniti) a guerra dichiarata; contro il tentativo di far pagare ai lavoratori, alle lavoratrici e alle nuove generazioni il peso della guerra di lor signori. Aumento della benzina, minori spese sociali, contratti insufficienti, in sostanza peggiori condizioni sociali per le masse lavoratrici: queste sono le decisioni prese e che si prenderanno giustificandole con la guerra. Occorre un maggiore e diffuso protagonismo sociale.
più forte si sviluppa la lotta di classe, minore è il rischio di una guerra fra gli Stati.
Note
[1]Il Nordic-Baltic Eight (NB8) è un formato di cooperazione regionale che raggruppa otto Paesi nordici e baltici, tutti membri della NATO. Il gruppo include Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Norvegia e Svezia. Questa alleanza informale coordina la sicurezza e la difesa del Nord Europa e nel Mar Baltico.
[2]Velivoli a pilotaggio remoto capaci di operare e trasmettere dati a distanze superiori rispetto alla portata visiva o radio diretta dell'operatore, superando la curvatura terrestre. Questa capacità permette il controllo a lunghissimo raggio, fondamentale per missioni militari di sorveglianza e attacco.
[3]Cfr. Cristiano Valente, Pecunia non olet: i rapporti economici tra Israele e i BRICS, «il Cantiere», n. 40, 2025.
[4]Cfr. La ragnatela, «il Cantiere», n. 35, 2025.
[5]Cfr. Fabrizio Coticchia, Matteo Mazziotti di Celso, Il futuro del riarmo: Cause, costi e dilemmi di una svolta storica, «ISPI», febbraio 2026 (https://www.ispionline.it/it/il-futuro-del-riarmo).
[6]La guerra convenzionale è un conflitto armato tra Stati che utilizza tattiche tradizionali e armi standard non nucleari, chimiche o biologiche.

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