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(it) Italy, FDCA, Cantiere #41 - Yemen: un Paese frammentato - Lino Roveredo e Virgilio Caletti (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 9 Mar 2026 08:00:04 +0200
Prima di addentrarci nell'analisi di come si colloca lo Yemen nello
scacchiere mediorientale e definire il ruolo dei diversi attori
regionali e internazionali, ci preme sottolineare che la presenza di
grandi confederazioni tribali (Hashed, Bakil e Houthi) e la divisione
tra le due correnti dell'Islam (sunnita e sciita), anche se elementi
caratterizzanti della complessa storia passata e recente di questo
paese, non sono sufficienti a spiegare un conflitto che ha meno a che
fare con il settarismo religioso o tribale e più a che fare con la
competizione per la supremazia tra due potenze regionali (Arabia Saudita
e Iran).
La guerra civile yemenita, scoppiata nel 2015 dopo le proteste della
primavera araba del 2011, ha causato oltre 150 mila morti (tra cui
decine di migliaia di civili), più di 4,7 milioni di sfollati, 2,5
milioni di bambini sotto i cinque anni con malnutrizione acuta e oltre
18 milioni di persone senza accesso stabile ad acqua potabile,
soprattutto nelle zone rurali. Nonostante la gravità, riceve scarsa
copertura dai media mainstream, complicando il reperimento di
informazioni affidabili. Per facilitare la comprensione delle dinamiche
e delle cause della guerra civile, proviamo a fare un essenziale
excursus storico sullo Yemen.
Un po' di storia
Dal XVI secolo al XX secolo lo Yemen entrò a far parte dell'impero
ottomano, con periodi di resistenza zaydita. Con il collasso dell'impero
ottomano, il nord dello Yemen divenne indipendente nel 1918, formando il
Regno Mutawakkilita dello Yemen; nel 1962, dopo un colpo di Stato contro
l'imam Muhammad al-Badr, vi fu proclamata la Repubblica Araba dello Yemen.
Nel 1839 l'impero britannico occupò il porto della città di Aden,
trasformandolo in colonia. Il 30 novembre 1967, sotto la spinta di forze
insurrezionali fomentate dall'Egitto, i britannici si ritirarono e nel
1970 fu instaurato il regime marxista-leninista, sul modello dei paesi
del blocco sovietico, della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen
(Yemen del Sud).
Ali Abdullah Saleh assunse il potere nel Nord nel luglio 1978, dopo
l'assassinio del presidente al-Ghashmi. Il 22 maggio 1990 nacque lo
Stato riunificato, la Repubblica dello Yemen: Saleh ne divenne
presidente e Ali Salim al-Bayd vicepresidente. Il 21 maggio 1994,
ufficiali e politici meridionali di ispirazione marxista proclamarono la
secessione della regione meridionale (Repubblica Democratica dello
Yemen, capitale Aden), non riconosciuta internazionalmente; il tentativo
fu stroncato in circa due mesi di combattimenti dalle forze governative
leali a Saleh.
La primavera araba raggiunse lo Yemen nel 2011 con proteste di massa
contro la corruzione, la disoccupazione giovanile e il regime
trentennale di Saleh, culminando in una rivolta che causò migliaia di morti.
L'accordo GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) del 23 novembre 2011
e la Conferenza di Dialogo Nazionale (NDC) di marzo 2013 e gennaio 2014
rappresentano le due fasi sequenziali della transizione post-Saleh.
L'accordo trasferì il potere a Abd Rabbih Mansur Hadi per una
transizione di due anni (elezioni 2012), ma fallì nel risolvere le
divisioni, permettendo l'ascesa delle milizie sciite Ansar Allah (Houthi).
Il 21 febbraio 2012 si tennero le elezioni presidenziali di transizione,
Hadi, unico candidato, fu eletto con il 99,8% e il 27 febbraio 2012
Saleh cedette formalmente il potere a Hadi. Il 22 gennaio 2015, dopo
l'avanzata della minoranza zaydita Houthi (che avevano preso Sana'a nel
2014), Hadi e il primo ministro Khalid Bahah rassegnarono le dimissioni,
creando un caos istituzionale: il Parlamento non le approvò formalmente
e alcune amministrazioni regionali meridionali (come quelle di Hadramawt
e Shabwa) rifiutarono ordini dal governo centrale.
Il 21 febbraio 2015 Hadi abbandonò Sana'a per Aden, sua roccaforte
natale, revocando le dimissioni via TV, condannando il colpo Houthi e
rivendicando il ruolo di presidente costituzionale; dichiarò presto Aden
capitale transitoria. Il 26 marzo 2015, per fermare gli Houthi, l'Arabia
Saudita lanciò l'operazione aereo-navale Tempesta Decisiva, con circa
cento aerei e sostegno di una coalizione di dieci Paesi arabi (Golfo,
Egitto, Sudan, Marocco, Giordania), mirando a restaurare Hadi
(rifugiatosi a Riyad), distruggendo attrezzature Houthi e controllando
lo spazio aereo yemenita.
La Repubblica Islamica dell'Iran non ha mancato di levare la sua voce di
protesta, ammonendo l'Arabia Saudita a fermare immediatamente il suo
intervento militare. Nell'ottobre 2015 Amnesty International ha diffuso
un rapporto in cui accusa l'Arabia Saudita di crimini di guerra in
Yemen, in particolare per l'uso di bombe a grappolo e bombardamenti su
scuole e obiettivi civili, soprattutto nel governatorato di
Sa'da,controllato dagli Houthi. Il 26 ottobre e il 2 dicembre, l'Arabia
Saudita ha bombardato due cliniche di Medici Senza Frontiere a Sa'da e
ad al-Hudayda. Nell'aprile 2016 Human Rights Watch ha denunciato l'uso,
a marzo, di bombe a grappolo di fabbricazione statunitense contro la
cittadina di Mastaba, uccidendo 107 civili tra cui venticinque bambini:
il secondo attacco per numero di morti in Yemen. Nel corso del 2016 è
emerso chiaramente nella stampa internazionale che l'Arabia Saudita
riceveva consistente aiuto sotto forma di armi e denaro da paesi
occidentali (soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche Italia).
Secondo l'ONU quasi 9.400 yemeniti sono stati uccisi nel corso di un
anno dall'inizio dell'attacco saudita (marzo 2015), tra cui 2.230
bambini, con altri 16 mila feriti.
Situazione economica e sociale
Con una popolazione stimata in circa 24 milioni di persone nel 2011, lo
Yemen è un paese giovane: il 46% degli yemeniti ha meno di 15 anni,
mentre solo il 2,7% supera i 65 anni.
Lo Yemen affronta una crisi socio-economica tra le più gravi al mondo,
aggravata da oltre un decennio di guerra civile, frammentazione politica
e shock esterni come siccità e alluvioni dovuti ai cambiamenti climatici
(lo Yemen è il terzo paese più colpito al mondo dalla crisi climatica).
L'impatto della crisi economica, aggravata dall'aumento dei prezzi, sta
privando milioni di persone dell'accesso a cibo, acqua potabile e
servizi sanitari essenziali.
L'82% della popolazione vive in povertà multidimensionale; il 72,5%
soffre di insicurezza alimentare moderata o grave (contro il 46%
pre-2021), con 17-19,5 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari.
Oltre il 55% dei bambini sotto i cinque anni è cronicamente malnutrito.
Il 40% delle strutture sanitarie non funziona o funziona solo
parzialmente, a causa della carenza di personale, finanziamenti,
elettricità, medicinali e attrezzature e infrastrutture adeguate.
Milioni di persone non ricevono cure adeguate e lo Yemen ha uno dei
tassi di mortalità materna più alti a livello regionale a causa dei
servizi per la salute riproduttiva gravemente limitati, oltre al
persistere di epidemie di colera.
Le fonti di reddito yemenite sono frammentate per aree di controllo. Nel
Nord Houthi dominano la tassazione sui porti come Hodeidah e il
commercio di qat (pianta psicotropa). Nel Sud-Est, lo STC (Consiglio di
Transizione del Sud, movimento separatista), controlla l'80% delle
risorse petrolifere di Hadramawt, esportandole verso Emirati Arabi
Uniti, Oman e mercati asiatici; altre entrate derivano dalla pesca. Il
governo riconosciuto trae risorse dai giacimenti di Marib, ma la
produzione è crollata per la guerra.
L'agricoltura resta comunque la principale fonte di reddito in Yemen,
contribuendo al 20-25% del PIL e occupando oltre il 50% della forza
lavoro, con il qat come coltura dominante (fino al 10% del PIL, ma causa
di crisi idrica).
La disoccupazione in Yemen supera il 40% (quella giovanile supera il
50%), mentre il prodotto interno lordo pro capite nello Yemen è stato
registrato a 821,46 dollari statunitensi nel 2024. Il PIL pro capite
nello Yemen equivale al 7% della media mondiale.
In Yemen l'occupazione lavorativa si basa, prevalentemente, su lavori
informali o di sussistenza. Le forme dello sfruttamento lavorativo sono
diversificate (mezzadria forzata, debiti per semi e acqua, estorsioni su
licenze, ecc.) e pervasive, e a ricoprire il ruolo di classe
sfruttatrice sono le élite locali e i comandanti delle milizie armate
(Houthi, STC, tribù) che impongono tasse su agricoltori, pescatori e
commercianti; controllano porti e la distribuzione degli aiuti
umanitari. A questo si aggiungono gli intermediari in rimesse e import,
conosciuti come kandaka (cambisti), e broker che trattengono dal 20% al
50% su rimesse provenienti dalla diaspora e import di cibo. E infine, i
proprietari terrieri e le élite urbane monopolizzano l'acqua e la terra
per la coltivazione del qat, costringendo i contadini a un regime di
mezzadria (condivisione 70/30 a sfavore) e ricorrono spesso allo
sfruttamento del lavoro minorile.
Il lavoro femminile in Yemen è drammaticamente limitato dalla guerra
civile, e dalle norme patriarcali e restrizioni Houthi (divieto di
movimento senza mahram, un parente stretto o marito), con un tasso di
partecipazione formale inferiore al 10% (contro il 30% pre-guerra) e
disoccupazione femminile oltre il 60%. Le donne sono confinate in una
agricoltura di sussistenza (raccolta qat), nella produzione tessile
informale e in ruoli negli aiuti umanitari, con salari di 10-30 dollari
al mese; nelle aree Houthi prevalgono esclusioni e propaganda, mentre al
Sud (STC/governo) emergono opportunità limitate in ONG e pesca, ma
violenza domestica e matrimoni precoci (un terzo delle bambine sotto i
18 anni) aggravano il ritiro dal mercato del lavoro
In Yemen le lotte dei lavoratori sono storicamente frammentate e
represse, con un'organizzazione debole per mancanza di sindacati
indipendenti, intrecciate a dinamiche tribali e belliche. Nello Yemen
del sud (1970-1986) la YCLU (Yemen Confederation of Labour Unions)
coordinava scioperi per aumenti salariali contro il regime "socialista",
ottenendo welfare ma repressi dopo il 1986; nel 2011-2015 dipendenti
pubblici (insegnanti, sanità) protestarono per stipendi non pagati con
sit-in a Sana'a e a Aden sotto JMP (Joint Meeting Parties). Anche queste
proteste subirono la repressione da parte dagli Houthi e di Saleh. Nel
periodo 2020-2025 si diffusero diverse rivolte spontanee di lavoratori e
contadini che sfidarono gli shaykh (leader tradizionali di una tribù o
confederazione tribale yemenita), le milizie Houthi e l'STC tramite
comitati informali, senza coordinamento nazionale.
La primavera araba e la guerra civile
Le rivolte popolari nello Yemen del 2011 fanno parte delle cosiddette
Primavere Arabe scoppiate in diversi paesi del Maghreb e del Medio
Oriente tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011 per protestare contro i
regimi autocratici al potere, la dilagante corruzione e l'aumento dei
prezzi dei generi di prima necessità.
Le manifestazioni contro il regime yemenita prendono il via dal 18
gennaio e si sviluppano in tutto il paese. Le proteste sono segnate da
slogan contro la povertà dilagante e per un cambio di governo,
rappresentato dalla figura del presidente Ali Abdullah Saleh, al potere
da ventidue anni.
A metà febbraio le rivolte si intensificano con episodi di violenza che
causano le prime vittime, spesso dovuti alla contrapposizione tra
manifestanti pro-governo e attivisti per la democrazia, repressi dai primi.
Due fra le più potenti confederazioni tribali yemenite, la Hashed e la
Bakil, annunciano il loro sostegno ai manifestanti antigovernativi,
mentre gli Zaydisti sono la componente più rilevante del movimento di
protesta.
Sull'onda di quanto succede in numerosi paesi mediorientali, il 1 marzo
va in scena anche in Yemen la "giornata della rabbia", in memoria delle
ventiquattro persone uccise nelle manifestazioni.
Le manifestazioni proseguono per tutti i mesi di marzo, aprile e maggio
con scontri a fuoco e combattimenti tra rivoltosi ed esercito che
causarono 1.586 morti, altre stime parlano di 2-3 mila morti.
Il primo accordo di mediazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo,
che prevede l'uscita di scena di Saleh, la formazione di un governo di
unità nazionale e le elezioni presidenziali dopo due mesi, non viene
raggiunto.
Il 3 giugno il presidente Saleh rimane vittima di un attentato e si
rifugia in Arabia Saudita. Il 27 giugno, ancora ricoverato nel paese
saudita, annuncia il suo ritorno nello Yemen, promettendo elezioni
anticipate, un governo di coalizione e una riforma istituzionale che
rafforzi i poteri del Parlamento.
Ma, come accade negli altri paesi coinvolti dalle primavere arabe, anche
in Yemen le proteste vengono deviate dagli interessi economici e
geopolitici delle potenze regionali e internazionali e si trasformano in
guerra per procura.
Scoppia la guerra civile
L'inizio del conflitto è largamente identificato dagli osservatori con
il 26 marzo 2015, il giorno in cui la Coalizione araba guidata
dall'Arabia Saudita iniziò a bombardare i territori occupati dagli
Houthi che, sostenuti dall'Iran, avevano preso il potere a Sana'a nel
gennaio 2015.
Il conflitto del 2015 rappresenta solo il culmine di crisi pregresse
nello Yemen, il paese più povero dell'area MENA, risalenti
all'unificazione nord-sud del 1990, percepita dai meridionali come
annessione da parte di Ali Abdullah Saleh (presidente YAR dal 1978), che
impose un sistema di potere "nordista", emarginando i "sudisti" da
impieghi pubblici, esercito e proventi energetici (l'80% dei giacimenti
si trovava nel Sud). La guerra civile del 1994 consolidò Saleh, ma
periferie come Sa'da (Houthi) si ribellarono con sei battaglie
(2004-2010), mentre al Sud nacque al-Hirak (2007) per l'autonomia contro
esclusione del Sud. Saleh mantenne equilibri tribali con capi tribù e
milizie tribali che garantivano la governance locale e i servizi,
sostituendosi informalmente allo Stato.
La guerra, che continua con fasi più e meno intense, vede scontrarsi le
milizie sciite Ansar Allah, appoggiate dall'Iran, da una parte e il
governo legittimo, appoggiato da Stati Uniti, Europa e Arabia Saudita,
dall'altra. Questa guerra ha come obiettivo la questione territoriale,
ma si inserisce all'interno degli equilibri geopolitici della regione.
Gli Houthi hanno conquistato zone rilevanti del territorio yemenita
anche dal punto di vista economico. Nel 2023, grazie a una breve tregua,
sembrava che si arrivasse a una parziale risoluzione del conflitto ma,
dopo il pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023 e il conseguente attacco di
Israele alla Striscia di Gaza, gli Houthi cambiano strategia riprendendo
le azioni militari contro le navi occidentali che transitavano per il
mar Rosso (Bab el-Mandeb) e colpendo lo Stato di Israele.
A questi attacchi sono seguite le reazioni degli Stati Uniti e di
Israele. Le sanzioni americane per contenere gli Houthi stanno
aggravando la crisi umanitaria dove le prime vittime sono i civili, le
donne e i bambini.
Il conflitto yemenita nel 2025 accentua il processo di
denazionalizzazione e al posto di uno Stato unitario, emergono tre
centri di potere inconciliabili: Yemen del nord (Houthi), Yemen del sud
(Al-Islah/ STC) e Adramawt. La situazione politica nell'Hadhramaut è
altamente instabile e frammentata, segnata dalla crescente competizione
tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per l'influenza regionale,
manifestatasi in scontri diretti tra forze locali (come l'Alleanza
Tribale Hadhramaut, appoggiata da Riyad) e milizie vicine agli Emirati,
soprattutto attorno al controllo delle risorse petrolifere
(PetroMasila). La regione vive una forte tensione politica, con la
frammentazione che riflette la più ampia crisi yemenita, divisa tra gli
Houthi al nord e il governo riconosciuto sostenuto dalla coalizione
araba al sud, creando un vuoto di potere in cui si inseriscono attori
esterni e gruppi jihadisti come alQaeda.
Lo scacchiere yemenita nel 2025: un Paese frammentato
Il conflitto iniziato nel 2015 ha agito come un potente catalizzatore di
disgregazione, trasformando lo Yemen in un mosaico di micro-poteri
locali e influenze straniere. Al tramonto del 2025, la cornice nazionale
appare ormai polverizzata, sostituita da un sistema dove la legittimità
politica non deriva dalle urne, ma dal controllo territoriale e dal
supporto dei partner regionali.
La crisi delle istituzioni tradizionali ha raggiunto il suo apice. Il
Governo di Guida Presidenziale (PLC), successore della presidenza Hadi,
versa in uno stato di paralisi quasi totale. Delegittimato agli occhi
della popolazione per l'incapacità di garantire servizi minimi e
stipendi, il governo risiede simbolicamente a Riyad, mentre sul campo
l'esercito regolare fatica a mantenere anche le sue roccaforti storiche.
Al polo opposto, il movimento Ansar Allah (Houthi) ha consolidato un
vero e proprio "Stato del Nord" con centro a Sana'a. Pur restando
ufficialmente in attesa di un negoziato per l'unità nazionale, gli
Houthi mantengono una postura aggressiva: con oltre 20 mila soldati
sauditi ancora ammassati al confine, il gruppo continua a minacciare le
aree energetiche di Marib, utilizzando il sentimento anti-saudita come
collante sociale.
Nel frattempo, le forze storiche sono esplose in fazioni: il GPC
(Congresso Generale del Popolo), lo storico partito di Saleh, è oggi
diviso in quattro tronconi (Sana'a, Il Cairo, Riyad e Abu Dhabi), ma la
sua ala più operativa è quella guidata da Tareq Saleh, che controlla la
costa di Taiz attraverso il Joint Western Command; Al-Islah, la
componente legata ai Fratelli Musulmani, pur restando il principale
alleato del governo ufficiale, è in ritirata dopo aver perso terreno a
Shabwa e Marib, schiacciata tra l'avanzata Houthi e le ambizioni dei
separatisti del Sud.
La vera rottura degli equilibri è avvenuta a dicembre 2025 con
l'offensiva Promising Future del Consiglio di Transizione del Sud (STC).
Sostenuto militarmente dagli Emirati Arabi Uniti, l'STC ha consolidato
il controllo su Aden, Socotra e, soprattutto, sull'Hadhramaut. Questo
movimento non mira più solo all'autonomia, ma alla gestione diretta
delle risorse: il controllo di PetroMasila e dell'80% delle riserve
petrolifere ha dato ai secessionisti la leva finanziaria per rifiutare
ogni ordine di ritiro da parte del governo centrale, puntando con forza
verso la restaurazione dello Stato del Sud.
Lo Yemen è diventato il laboratorio a cielo aperto delle ambizioni
mediorientali.
L'Arabia Saudita cerca disperatamente una via d'uscita onorevole
dall'operazione Tempesta Decisiva, pur mantenendo una forte presenza
militare difensiva al confine per evitare infiltrazioni Houthi.
L'Iran ha ottenuto il massimo risultato col minimo sforzo: attraverso il
supporto tecnologico (droni e missili) agli Houthi, ha proiettato la sua
influenza fino al Mar Rosso, disturbando le rotte marittime globali.
Gli Emirati Arabi Uniti sono i veri "architetti" del Sud, esercitando un
potere de facto sulle coste strategiche e sui porti, garantendosi il
controllo delle vie commerciali via mare.
Oman e Qatar giocano invece un ruolo di bilanciamento, con Mascate
impegnata nella mediazione diplomatica e Doha che continua a sostenere
finanziariamente la rete di Islah.
Oltre i confini regionali, la stabilità dello Yemen resta una priorità
mondiale per un'unica ragione: lo stretto di Bab el-Mandeb, dove
transita il 12% del commercio globale. Gli Stati Uniti, pur mantenendo
il focus sull'antiterrorismo contro i resti di AQAP e dello Stato
Islamico (ormai marginalizzati nelle aree montuose), sono impegnati nel
contenimento dell'influenza iraniana. L'ONU, frenata dai veti incrociati
di Russia e Cina (interessate all'accesso ai porti e alla vendita di
armi), si limita a gestire un'emergenza umanitaria che colpisce 18
milioni di persone. Nel frattempo potenze europee come Regno Unito e
Francia mantengono un difficile equilibrio tra la condanna dei disastri
umanitari e la fedeltà ai ricchi contratti di difesa con le monarchie
del Golfo.
A fine 2025 lo Yemen non è più un unico conflitto, ma una
sovrapposizione di crisi: una lotta per l'indipendenza al Sud, una
resistenza teocratica al Nord e una partita a scacchi globale sulle
rotte del petrolio. La cornice nazionale è svanita; ciò che resta è un
territorio diviso tra signori della guerra e protettorati regionali.
Conclusioni
Ed è con tale mesta e severa considerazione finale che ci avviamo a
concludere la preoccupante analisi della situazione in oggetto.
In ogni caso, però, meglio prima ricordare alcune cose.
Le parole d'apertura del presente testo non sono da interpretarsi come
una diminutio del ruolo e del peso che la sovrastruttura esercita nel
Paese. Superfluo ribadire che quando si determinano chi e come sono
(quali, cioè, le loro proprietà) i fighter in lotta per la supremazia
dell'area mediorientale (Arabia Saudita da un lato e Iran dall'altro) è
difficile eludere il fatto che ci si sta riferendo a, rispettivamente,
sunniti e sciiti. Concludere, dunque, che ciò non influenzi (per
ricorrere a un eufemismo) assolutamente i rapporti di produzione, quelli
sociali, le relazioni commerciali, le mire e gli interesse
geo-strategici rappresenta il trionfo dell'analisi con l'accetta, del
confusionismo politico, della visione più grossolana concepibile.
Le brevi osservazioni più sopra compiute in merito alla "sfera
sindacale" e alle lotte dei lavoratori, soprattutto in coincidenza della
primavera araba, non lasciano dubbi sul contesto nel quale si muovono,
operano e si mobilitano (a un prezzo altissimo!) gli sfruttati yemeniti.
E persino quel che sta accadendo proprio in questi giorni, ossia una
ripristinata (dacché non inedita) tensione fra i "padroni della
ferriera", gli opulenti Stati dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi
Uniti (a fronte dell'attento silenzio dei potenti vicini Qatar e Oman),
non prefigurano niente di buono per tutti gli sfruttati della regione.
Terminiamo, fermamente e orgogliosamente, rammemorando circa la formula
che solo chi coltiva l'ignavia, la superficialità e una perfetta
malafede, può tentare di liquidare, irridere o designare per un verso
lirica e per l'altro banale, non importa: la Classe, in assenza della
Coscienza di Classe, ignora la Lotta di Classe.
Si annida precisamente qui il nucleo del discorso.
Fonti
Eleonora Ardemagni, Yemen, sette anni di conflitto: attori, strategie,
implicazioni, «ISPI», 07/02/2022
(https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/yemen-sette-anni-di-conflitto-attori-strategie-implicazioni-33121).
Laura Silvia Battaglia, Guerra in Yemen, stipendi in macerie: statali
non pagati da otto mesi, «Informazione Senza-Filtro»
(https://www.informazionesenzafiltro.it/guerra-in-yemen-stipendi-in-macerie-statali-non-pagati-da-otto-mesi).
Ermanno (scrip) Ferretti, Guerra civile e Houthi in Yemen, «YouTube»,
18/01/2024 (https://www.youtube.com/watch?v=XsAhnccuKsU).
Giuseppe Gagliano, Yemen. L'avanzata dell'STC e la crisi della
coalizione anti-Houthi, «Notizie Geopolitiche», 16/12/2025
(https://www.notiziegeopolitiche.net/yemen-lavanzata-dellstc-e-la-crisi-della-coalizione-anti-houthi).
Dilly Hussain, Yemen: This is about geopolitical, not sectarian,
interests, «Ceasefire», 01/04/2015
(https://ceasefiremagazine.co.uk/yemen-geopolitical-sectarian-interests).
Elfadil Ibrahim, Nello Yemen si ridisegna la mappa dell'Arabia
meridionale, «Pagine Esteri», 20/12/2025
(https://pagineesteri.it/2025/12/20/medioriente/analisi-nello-yemen-si-ridisegna-la-mappa-dellarabia-meridionale).
Mauro Indelicato, Chi sono gli Houthi, «InsideOver», 02/08/2018
(https://it.insideover.com/schede/guerra/chi-sono-gli-houthi.html).
Helen Lackner, Yemen in Crisis: Autocracy, NeoLiberalism and the
Disintegration of a State, Saqi Books, London (GB), 2023.
Jessica Pulsone, Consiglio di Cooperazione del Golfo: il sogno
(infranto) di Riyadh, «Geopolitica.info», 06/01/2021
(https://www.geopolitica.info/consiglio-di-cooperazione-del-golfo-il-sogno-infranto-di-riyadh).
Dieci anni di guerra in Yemen, una crisi umanitaria senza fine, «Azione
Contro la Fame», 25/03/2025
(https://azionecontrolafame.it/news/dieci-anni-di-guerra-in-yemen).
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(https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_dello_Yemen).
Economic Hardship Deepens in Yemen, «World Bank», 17/11/2025
(https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2025/11/17/economic-hardship-deepens-in-yemen).
Guerra in Yemen: origini ed evoluzioni di un conflitto che dura da anni,
«Save the Children»,
(https://www.savethechildren.it/blog-notizie/guerra-yemen-origini-ed-evoluzioni-di-un-conflitto-che-dura-da-anni).
Houthi: chi sono e cosa vogliono i miliziani dello Yemen, «ISPI»,
15/01/2024,
(https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/houthi-chi-sono-e-cosa-vogliono-i-miliziani-dello-yemen-160261).
PIL pro capite in Yemen, «Trading Economics»
(https://it.tradingeconomics.com/yemen/gdp-per-capita).
Rivolta yemenita, «Wikipedia»
(https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_yemenita).
Un gruppo separatista sta avanzando nel sud dello Yemen, «Il Post»,
11/12/2025
(https://www.ilpost.it/2025/12/11/avanzata-separatisti-sud-yemen).
Yemeni southern separatists in Riyadh announce disputed disbanding of
STC, «Al-Jazeera», 09/01/2026
(https://www.aljazeera.com/news/2026/1/9/yemens-separatist-southern-transitional-council-announces-its-dissolution).
https://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/
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Per, gli, sugli anarchici
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