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(it) Italy, Trieste, Germinalts: Calpestiamo tutte le bandiere dal fiume fino al mare (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 8 Mar 2026 07:28:03 +0200
Il 7 ottobre ---- Il genocidio in atto trova le sue cause in una storia
ben più lunga e complessa dell'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Non
è nostra intenzione ripercorrere qui la lunga storia coloniale e di
violenza dello Stato Israeliano1, la diamo per acquisita da parte di chi
legge. Ma è chiaro che non farne in questa sede puntuale disamina, in
alcun modo implica il disconoscere o minimizzare il dato di fatto, punto
di partenza di ogni successivo ragionamento.
È chiaro che l'oppressione - di qualsiasi tipo - porta ad una reazione e
il 7 ottobre va visto come episodio, eclatante, della lotta delle
popolazioni palestinesi contro il pluridecennale regime di apartheid
imposto da Israele. Non viviamo lì, e quindi possiamo solo provare a
immaginare il livello di sofferenza, dolore, disperazione e rabbia che
quella situazione può generare. Il livello di violenza messo in campo da
Hamas e da altre formazioni combattenti, con l'appoggio di una parte
significativa de* gazawi, non ci ha sorpreso. Per la popolazione
palestinese, correre oltre i fili spinati e saltare sopra i carri armati
bruciati è stato sicuramente un momento, seppur breve, di libertà. In
una situazione di conflitto armato, di guerra (per quanto asimmetrica)
l'attacco a strutture e personale militari è sempre legittimo. Ma altro
sono gli attacchi alle strutture civili, al rave, il rapimento di
civili: per quanto ci riguarda sono strategie radicalmente diverse. Non
è certo la prima volta: chi si ricorda il periodo degli attentati
kamikaze sui bus di linea negli anni 2000? 2 Non appoggiavamo quelle
scelte allora, non lo facciamo oggi.
Qualsiasi sollevazione, specie quelle combattute, per forza di cose,
anche con le armi, crediamo debba fare i conti con l'"etica del
combattimento"; riteniamo sia un passaggio imprescindibile. In questo
senso, l'esperienza della Rojava ci mostra, seppure con mille limiti e
mille errori, che è possibile una lotta, anche armata e cruenta, che
cerchi di darsi delle linee di condotta etiche.
Troviamo assolutamente comprensibili l'odio e la voglia di rivalsa
accumulatasi negli anni nelle popolazioni palestinesi. Ma comprendere
non significa per forza sostenere acriticamente. Non rifiutiamo per
principio la lotta violenta. Rivendichiamo però la scelta di quali lotte
sostenere; o meglio, a quali forme di lotta fare da megafono. La nostra
voce è limitata, ma questo non rende meno importante decidere come
usarla. L'attacco ai civili, i rapimenti indiscriminati, gli stupri
(usati anche come guerra di propaganda fatta ancora una volta sui corpi
delle donne), non sono azioni che possiamo appoggiare, in Palestina come
ovunque nel mondo. Se il futuro che vogliamo costruire è fatto di
libertà, uguaglianza e rispetto, i mezzi utilizzati non possono andare
in una direzione totalmente opposta. "Con ogni mezzo necessario" non è
un concetto che possiamo sottoscrivere.
Chi definisce il 7 ottobre l'inizio di una rivoluzione, o l'appoggia
acriticamente, spesso vi sovrappone i propri desideri e prospettive,
finendo per proiettare i propri valori. Sarà anche una rivoluzione ma
non è la nostra rivoluzione.
Inoltre, un evento che ha avuto come conseguenza la morte di decine di
migliaia di persone, il ferimento di altre centinaia di migliaia, nonché
la distruzione quasi totale di Gaza, non ci pare possa essere celebrato
come qualcosa di liberatorio o positivo.
Troviamo terribile parlare di tutte le persone morte a Gaza come di
"martiri". Il martirio - termine che già di per sé amiamo poco -
dovrebbe essere una scelta consapevole; come si può sostenere che quelle
decine di migliaia di persone morte sotto le bombe israeliane abbiano
avuto una qualche scelta?
Hamas
Parliamo qui di Hamas in quanto principale organizzazione
politico-militare-religiosa presente, ma il discorso vale, con le debite
specificità, anche per altre formazioni islamiste. Non ci interessa qui
ripercorrerne la nascita, la storia e l'appoggio che ha avuto da
Israele, ci interessa il piano politico.
Quando in alcune occasioni abbiamo espresso la nostra totale opposizione
all'ideologia politica di Hamas, siamo stat* criticat* per il nostro
"sguardo occidentale", perché "Hamas è l'espressione del popolo
palestinese", ma anche perché "criticando pubblicamente Hamas si
delegittima la resistenza palestinese".
È chiaro che il nostro sguardo è condizionato dal nostro posizionamento
politico, sociale e culturale, vale per noi, vale per tutt*. Ma, detto
questo, se un progetto politico va in direzione totalmente opposta al
mondo per cui lottiamo, perché dovremmo appoggiarlo?
Hamas è espressione della galassia dell'"Islam politico", fenomeno tutto
interno alla contemporaneità, che si coagula però attorno all'idea di
una mitica e immaginaria purezza dell'Islam delle origini cui ambire.
L'obiettivo è quindi la costruzione di uno stato teocratico, che poi
potrà decidere di essere più o meno "tollerante", ma che ha come
elemento fondante la legge religiosa, in un'interpretazione
particolarmente rigida e idealmente "astorica" e immutabile. Un modello
sociale fortemente autoritario, escludente, patriarcale, machista e
transfobico.
Per dirlo, ci basiamo sui documenti e sulle dichiarazioni ufficiali di
Hamas, che ognun* può leggere.
Noi siamo contro tutto questo, a qualsiasi latitudine, e non c'è
"sguardo occidentale" che tenga.
Sul fatto che Hamas abbia un largo seguito popolare, nulla da
obiettare...e quindi? Negli anni trenta, il regime fascista godeva di un
consenso di massa; male fecero coloro che negli altri paesi non vollero
supportarlo? La resistenza delle donne in Afghanistan non trova certo un
sostegno maggioritario nel Paese, ma è questo un buon motivo per non
appoggiarle (come in effetti colpevolmente sta accadendo)?
Non dimentichiamo i movimenti di opposizione interna, che molt* hanno
fatto in fretta a liquidare come manovrati dall'esterno, ma che ci
raccontano come l'appoggio ad Hamas sia vasto, ma non totale e/o
incondizionato.
In qualsiasi epoca, a qualsiasi latitudine, guai ad identificare
un'intera popolazione con il proprio governo, quale esso sia e quale sia
il consenso di cui gode.
Non dobbiamo farci ingabbiare dal tifo da stadio.
La questione delle religioni
Nel dibattito interno "a sinistra" ci sono grandi rimozioni; una di
queste riguarda le religioni.
L'elemento religioso in questo conflitto è sempre stato presente, ma
negli ultimi anni ha assunto un'assoluta centralità.
In Israele la destra messianica ha una presa crescente sulla sfera
politica e sociale; in Palestina le formazioni islamiste hanno
progressivamente ridotto alla marginalità le componenti laiche e di
sinistra.
Questa avanzata degli integralismi religiosi è in atto in tutto il mondo
ed è un elemento da tener presente.
Qualsiasi sia il testo sacro, qualsiasi siano le dottrine, le religioni
organizzate hanno un tratto comune: esse incarnano la "verità rivelata";
di conseguenza, la propria visione deve essere, in un modo o nell'altro,
imposta al resto della società.
È per questo motivo che le religioni sono, in ultima analisi, uno degli
ostacoli alla liberazione umana.
Comprendiamo benissimo che, di fronte all'oppressione coloniale, sia
essa di stampo laico o religioso, il ripiegamento in un identitarismo
culturale e religioso sia una forma di "resistenza", ma è una
resistenza, ahinoi, foriera di nuove oppressioni.
Questa critica radicale alle religioni, e quindi anche all'Islam, non è
un attacco alle credenze individuali di nessun*, né un rifiuto
aprioristico di ogni forma di spiritualità. Ma siamo convint* che
nessuna liberazione possa avvenire sotto la bandiera di una
chiesa/religione. Così come lottiamo qui contro il potere della Chiesa
Cattolica, pure solidarizziamo con chi rifiuta di sottomettersi alle
teocrazie islamiche, ebraiche, induiste o di qualsiasi altro genere.
La grande assente: l'opposizione dentro Israele
Crediamo che una delle mancanze del grande movimento di solidarietà alla
Palestina sia stata il non riconoscere l'importante valore politico
dell'opposizione interna ad Israele.
Fin dal giorno successivo al 7 ottobre, alcun* israelian* sono sces* in
piazza contro il proprio governo per denunciare il genocidio,
affrontando la violenza della polizia. Lo fanno tutti i giorni, da oltre
due anni. Inoltre, continua a crescere il numero di coloro che rifiutano
il servizio militare e che per questo affrontano il carcere. Sappiamo
che parliamo di realtà estremamente minoritarie, non fingiamo di
ignorare che le politiche governative - e le stesse politiche
genocidiarie - hanno grande sostegno nel Paese. Però queste realtà
esistono e dal nostro punto di vista andrebbero sostenute in ogni modo,
non solo perché sono un granello che cerca di inceppare la macchina
bellica di Israele, ma anche perché ne disvelano la propaganda, le
bugie, i falsi miti. Ed anche perché cercano di creare ponti, legami,
sorellanza con chi vive dall'altra parte. Della loro esistenza in quanto
abbiamo letto e sentito in questi due anni di fatto non c'è traccia o quasi.
Il nostro internazionalismo, il nostro antimperialismo
L'internazionalismo è un elemento centrale della nostra visione. Si
traduce concretamente in solidarietà attiva con le lotte delle persone
oppresse e sfruttate in tutto il mondo, qualsiasi sia la loro
provenienza, purché lottino per la propria libertà e non per ribaltare
la sopraffazione. Una solidarietà che vuole abbattere i confini degli
Stati, che non riconosce le divisioni nazionali e che ha come discrimine
quello di classe.
È con questo spirito che sosteniamo attivamente le lotte in Rojava, le
comunità zapatiste in Chiapas, le donne iraniane e afghane che si
ribellano alla teocrazia e in generale siamo solidali nei confronti
delle popolazioni che subiscono guerre, genocidi e persecuzioni.
L'internazionalismo non può conciliarsi con l'appoggio a Stati, o
strutture para-statali, solo perché lottano contro l'imperialismo
occidentale, eludendo così la lotta contro le altre forme di imperialismo.
Ovviamente, noi viviamo qui e di conseguenza il nostro obiettivo è
opporci alle politiche portate avanti dal governo di questo paese e
dalle sue alleanze. Ma così come ci battiamo contro le politiche
dell'Italia, dell'Unione Europea, della Nato e di tutti i loro alleati,
allo stesso modo vorremmo che anche gli altri attori dello scontro
inter-imperialistico a livello mondiale - siano essi la Russia, la Cina,
l'India o altre realtà - scompaiano dalla faccia della terra. Altro che
"aurora multipolare", come abbiamo tristemente sentito dire in alcune
piazze in questo periodo.
Nessuno Stato è la soluzione
"Palestina libera dal fiume fino al mare" è sicuramente uno slogan
potente e suggestivo. Ma cosa significa?
Crediamo che alla base vi sia una questione enorme e difficile da
affrontare. Si dice spesso che "Israele non dovrebbe esistere" e fin qui
nulla da obiettare; ma che dire delle persone che vi abitano? Non ci
riferiamo certo a coloro che in tempi recentissimi si sono trasferiti,
dagli Stati Uniti o da chissà dove, per costruire in Cisgiordania il
"regno di Dio", bensì alle persone che vivono lì da generazioni.
Dovrebbero forse scomparire nel nulla? O pensiamo che, specularmente
alla destra israeliana che vuole una deportazione di massa delle
popolazioni palestinesi, dovremmo auspicare una deportazione altrettanto
di massa degli e delle abitanti ebre*?
Del resto, "dal fiume fino al mare" è slogan usato in egual modo dalla
destra nazionalista israeliana e dai coloni, parlando di un "Grande
Israele".
Sappiamo quanto sia più facile parlare con il sedere al calduccio;
questo vale per tutt*, anche per chi da qui sostiene "la distruzione di
Israele", non solo come entità statuale, ma come popolazione tutta. Si
dice giustamente che quando si ha un privilegio sia nostro dovere
usarlo; dovremmo forse sfruttarlo per sostenere altre deportazioni,
sofferenze, profuganze? Crediamo che il modo migliore per utilizzarlo
sia appoggiare, come possiamo, tutte quelle persone, realtà,
organizzazioni, che cercano di abbattere muri e costruire ponti di
solidarietà e resistenza condivisa. Sono poche e sono fragili, ma ci
sono. Ed è nostro dovere di persone privilegiate cercare di sostenerle e
dar loro voce e spazio.
È solo andando oltre i confini e gli stati, adottando forme federaliste
costruite dal basso, in cui ad ognun* sia garantita la libertà piena di
vivere secondo le sue idee e credenze, che potremo rompere la spirale
dell'odio e della guerra. Non ci appartiene la gara su chi sia il
"popolo originario" di quelle terre - e quindi chi abbia legittimità a
viverci: non crediamo possa costituire una base per costruire un futuro.
Per quanto ci riguarda, anche il concetto di popolo dev'essere
sottoposto a critica radicale, in quanto entità culturale
onnicomprensiva e spesso costruita a tavolino.
Considerare la questione palestinese unicamente in termini di popolo e
di liberazione nazionale crediamo porti molto lontano da una possibile
soluzione. Riteniamo il concetto di "popoli oppressi" insufficiente per
comprendere le dinamiche dello sfruttamento. La definizione di "popolo"
nasconde al suo interno le contraddizioni di classe e ogni tipo di
discriminazione sociale o di genere (in alcuni casi anche religiosa o
etnica). Tutti i movimenti di liberazione nati e cresciuti in nome del
nazionalismo, anche quando hanno raggiunto l'obiettivo della cacciata
del regime coloniale, hanno creato Stati in cui nuovi ricchi sfruttano
le classi lavoratrici, nuovi poteri le opprimono, nuove polizie le
controllano.
Una Nazione, un Popolo, una Terra è una triade che, ovunque venga
applicata, porta solo sofferenze e guerra.
In questi mesi abbiamo letto molti comunicati e prese di posizione in
cui "la Palestina" assume una centralità totale e totalizzante: "non c'è
futuro senza Palestina", "non c'è femminismo senza Palestina", "la
Palestina ci indica la via". Sicuramente sono parole evocative,
romantiche; fin troppo spesso, a nostro parere, queste dichiarazioni
risultano un concentrato di quello che è molto più un desiderio di chi
le pronuncia, che un tentativo di analisi del reale. "La Palestina"
diventa così un oggetto mitico, una costruzione immaginifica che,
cancellando ogni complessità, si fa specchio dei nostri desideri: un
discorso da noi, su noi, per noi. Siamo sicure che lo sguardo coloniale
uscito dalla porta non stia rientrando pesantemente dalla finestra?
Per tutti questi motivi non abbiamo mai sventolato la bandiera
palestinese; essa, sebbene sia stata assunta come simbolo di libertà e
lotta contro il colonialismo, rimanda in ogni caso ad un afflato
nazionale, alla volontà di costruire nuovi Stati e nuovi confini al
posto di quelli vecchi.
Come abbiamo cercato di spiegare in queste pagine, non diamo valore agli
apparati, alle strutture politiche, ai confini, alle costruzioni
culturali imposte. Diamo valore alle persone, con tutta la ricchezza che
si portano dentro, con tutte le loro storie. Per noi ci sarà una
possibilità di liberazione quando ovunque calpesteremo tutte le bandiere
nazionali, per provare a costruire un mondo diverso, libero dallo
sfruttamento e dalle gerarchie, in cui ci sia spazio - veramente - per
tutt*, ognun* con le proprie diversità, culture, aspirazioni e desideri.
1 Non usiamo la definizione ricorrente di "entità sionista" in quanto
non crediamo che non definire Israele uno Stato - quale esso è -
contribuisca a fare chiarezza. Pare che definirlo Stato ne legittimi in
qualche modo le politiche o la storia; ma gli Stati sono da sempre
strutture gerarchiche che arrogano a sé il monopolio della violenza, che
la usano contro i nemici interni ed esterni, che portano avanti la
divisione in classi della società e lo sfruttamento. Israele non fa
eccezione.
2 Durante i primi anni duemila, le formazioni armate palestinesi
ricorsero ad una forma di lotta basata su attentati suicidi, in cui un*
militante imbottit* di esplosivo si faceva saltare in aria in luoghi
pubblici (autobus, negozi, stazioni...), puntando a fare più vittime
possibili. Una forma di lotta definibile come terrorismo, poiché colpiva
indiscriminatamente. Nel caso di attentati ai check point israeliani, ci
furono anche molti morti fra i civili palestinesi in coda.
https://germinalts.noblogs.org/post/2026/02/03/calpestiamo-tutte-le-bandiere-dal-fiume-fino-al-mare/
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