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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #40 - Palestina pedina nello scontro tra imperialismi in decadenza e imperialismi in ascesa - Lino Roveredo e Virgilio Caletti (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 11 Jan 2026 07:37:16 +0200


La drammaticità della situazione a Gaza ci porta a pensare che non è il momento delle analisi politiche e che la prima priorità è quella di fermare la strage di civili che l'esercito israeliano sta operando per volontà del Governo Netanyahu. ---- Ma la confusione che regna negli ambienti pro-Pal e nella sinistra in generale, dove nella migliore delle ipotesi si sostengono posizioni "campiste" (filo-Hamas) e nella peggiore si rasenta l'antisemitismo, ci obbliga a focalizzare l'attenzione del lettore su alcune nostre posizioni circa lo scontro tra imperialismi in atto nel Medio Oriente e, in particolare, sul ruolo che svolgono le principali organizzazioni politiche palestinesi (Fatah/ANP, Hamas) nel governare i territori della Cisgiordania e di Gaza secondo una logica di classe.
Come abbiamo riportato in diversi documenti, la nostra organizzazione si è sempre ispirata ai principi dell'internazionalismo proletario, dell'antimilitarismo e all'analisi dello scontro tra potenze imperialiste.
Siamo convinti che si sia aperta una nuova fase dello scontro tra imperialismi, caratterizzata dall'entrata in scena della Cina nel contesto internazionale e dal nuovo protagonismo della Russia, con la conseguente messa in crisi del ruolo egemone dell'imperialismo americano e dei Paesi europei e la ridefinizione degli equilibri politici e militari nelle diverse aree strategiche del mondo per la gestione delle catene di approvvigionamento delle materie prime.
In questo clima di destabilizzazione internazionale la guerra è lo strumento per l'affermarsi di un nuovo ordine internazionale, e la prospettiva di un conflitto mondiale si sta facendo sempre più minacciosa.
Anche il Medio Oriente si caratterizza come area strategica dove si intrecciano gli obiettivi delle potenze imperialiste con gli interessi degli Stati nazionali regionali.
Possiamo ipotizzare che la guerra di Israele contro Hamas abbia un duplice fine: da una parte, il governo Netanyahu si fa promotore di un piano espansionista (la Grande Israele) con l'occupazione dei territori palestinesi, e il massacro della popolazione civile, e di una porzione del territorio siriano (Golan); dall'altra, Israele svolge una guerra per procura con il compito di rendere inoffensive le potenze regionali (per esempio l'Iran) alleate con i Paesi imperialisti avversari degli Stati Uniti (Cina e Russia).
Un esempio fra tutti, il cambio di regime nella Siria filo-iraniana di Bashar Al Assad non sarebbe stato possibile se Israele non avesse annientato le forze militari di Hamas e Hezbollah finanziate dall'Iran; così come gli attacchi all'Iran hanno capovolto la situazione del Medio Oriente a favore degli Stati Uniti e dei suoi alleati, penalizzando la Cina e la Russia.
Siamo più che convinti che per comprendere a fondo la tragedia del conflitto israelo-palestinese questo vada inserito nelle dinamiche dello scontro tra imperialismi e degli interessi in gioco nell'area mediorientale.
Una prova evidente ci viene data dal silenzio dei Paesi arabi ai quali stanno più a cuore i propri interessi economico-finanziari che le vite di migliaia di "fratelli" palestinesi.
Ma quali sono gli interessi in gioco?
Con il recente piano di pace in venti punti presentato da Trump e che Netanyahu ha dovuto appoggiare con qualche mal di pancia (il punto 16 prevede che «Israele non occuperà né annetterà Gaza» senza però fare accenno alla Cisgiordania), la Casa Bianca intende accelerare i tempi di una stabilizzazione dell'area per passare a una nuova fase, caratterizzata dagli affari della ricostruzione e dal proposito dichiarato di rimodellare il Medio Oriente con il raggiungimento degli obiettivi definiti negli Accordi di Abramo, che includono la promozione della cooperazione economica e degli scambi commerciali in settori strategici come energia, finanza, investimenti, aviazione civile, telecomunicazioni, tecnologie avanzate (cybersecurity, agritech) e infrastrutture. In particolare, l'accordo tra Israele e Emirati Arabi Uniti ha aperto la strada a importanti progetti infrastrutturali come il Med-Red Land Bridge, una pipeline per esportare petrolio dal Golfo verso l'Europa tramite Israele, riducendo costi e tempi rispetto al Canale di Suez.
Dopo l'attacco israeliano a Doha, giudicato dal Pentagono come un "eccesso" dell'interventismo militare del governo di Netanyahu che ha invaso l'ambito degli interessi americani nell'area mediorientale, Trump ha deciso di mettere un freno ai piani israeliani e di gestire direttamente la fine della guerra israelo-palestinese.
Un piano di pace che prevederà un governo tecnocratico (che assomiglia più a un comitato d'affari) supervisionato da un organismo internazionale (la GITA, Gaza International Transitional Authority) istituito dagli Stati Uniti in consultazione con i partner arabi ed europei.
Nel frattempo i palestinesi, che non saranno costretti a fuggire, svolgeranno il ruolo di manodopera a basso costo da impiegare nel piano di ricostruzione di Gaza che si materializzerà con fondi finanziari e l'intervento delle società immobiliari americane ed europee.
Tra i progetti che meritano di essere menzionati, le due vie commerciali e di comunicazione che trasformeranno gli equilibri geopolitici del Medio Oriente: il canale Ben Gurion e il tracciato IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), conosciuto anche con il nome di Via del Cotone.
Il progetto del canale Ben Gurion emerse dopo la crisi di Suez del 1956: esso prevede la costruzione di un canale artificiale per collegare il porto israeliano di Eilat sul golfo di Aqaba con il Mar Mediterraneo a nord della striscia di Gaza e dovrebbe fornire una rotta marittima alternativa al Canale di Suez (controllato dall'Egitto), riducendone l'importanza strategica e le vulnerabilità. Un progetto estremamente controverso, visti i costi elevatissimi (stimati tra i 16 e 55 miliardi di dollari), dalle gravi implicazioni geopolitiche, che pone delle enormi sfide tecniche e dal grande impatto ambientale.
Il corridoio IMEC, progetto reso noto nel 2023, è un progetto alternativo alla Via della seta. Lungo 4.800 chilometri, prevede di collegare l'India all'Europa passando per il Medio Oriente con la costruzione di mega-infrastrutture ad alta tecnologia portuali, ferroviarie e stradali. Un ruolo strategico lo giocherà l'Italia che andrà a svolgere la mansione di hub per l'accesso delle merci e delle materie energetiche verso l'Europa. Un progetto sostenuto dagli Stati Uniti che sarà in grado di veicolare import-export tra Asia ed Europa per volumi di migliaia di miliardi di dollari.
Il giro d'affari del commercio di armi
Un altro aspetto degli interessi che ruotano attorno alla guerra di Israele nel territorio di Gaza e che merita di essere preso in considerazione riguarda il commercio di armi.
Israele è un importante acquirente di armamenti e attrezzature militari, con la maggior parte delle forniture provenienti da un ristretto gruppo di Paesi. Secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) e altre fonti, i principali Paesi fornitori sono:
* Stati Uniti: sono il principale fornitore di armi a Israele. Forniscono gran parte degli equipaggiamenti militari, inclusi aerei da combattimento (come gli F-35), sistemi missilistici e supporto finanziario significativo per la difesa. Un accordo (memorandum d'intesa) garantisce a Israele miliardi di dollari in finanziamenti militari esteri annuali fino al 2028 (circa 3,8 miliardi di dollari all'anno). In un anno di conflitto (2023-2024), gli aiuti militari statunitensi a Israele hanno raggiunto circa 17,9 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata in un solo anno dal 1959.
* Germania: è il secondo maggiore fornitore di armi a Israele, con una quota significativa delle esportazioni totali (nel 2023, la Germania ha autorizzato l'esportazione di armi a Israele per un valore di circa 326 milioni di euro). Berlino ha storicamente sostenuto la sicurezza di Israele come principio fondamentale, sebbene la fornitura abbia subito variazioni con una riduzione (a circa 131 milioni di euro) negli aiuti militari a inizio 2024, ma con la conferma della volontà di continuare le consegne.
* Italia: si posiziona generalmente come il terzo fornitore di armi di Israele, sebbene con una quota inferiore rispetto a USA e Germania. Dopo il 7 ottobre 2023, il governo italiano ha dichiarato di aver sospeso nuove licenze di esportazione, ma gli accordi precedenti continuano a essere onorati e si è registrata l'esportazione di materiali classificati come armi e munizioni (per circa 5,2 milioni di euro nel periodo post-7 ottobre). L'Italia è anche un partner nel programma di caccia F-35 e fornisce componenti.
Altri fornitori minori includono il Regno Unito e la Francia, che hanno forniture minori o limitate a componenti di armi.
Per quanto riguarda le fazioni palestinesi (come Hamas e Jihad Islamica), la situazione è completamente diversa: questi gruppi non ricevono forniture dirette e legali di armi da Stati sovrani attraverso canali commerciali ufficiali. Le armi per le fazioni palestinesi arrivano principalmente attraverso il contrabbando, attraverso tunnel sotterranei e rotte marittime, e l'autoproduzione locale di razzi e munizioni a Gaza, utilizzando materiali di recupero o importati con l'inganno.
L'Iran è considerato il principale sostenitore esterno, fornendo non solo assistenza finanziaria, ma anche competenze e tecnologia per la produzione di armi. Tuttavia, la fornitura avviene in modo indiretto e clandestino.
È importante notare che Israele non è solo un importatore ma anche un significativo esportatore di armi a livello globale, posizionandosi tra i primi dieci esportatori mondiali. Aziende israeliane come Israel Aerospace Industries, Elbit Systems e Rafael Advanced Defense Systems producono e vendono un'ampia gamma di tecnologia e armamenti avanzati.
Il commercio delle armi di Israele, che vede l'Europa come principale destinazione, crea una complessa rete di interdipendenze: Israele esporta armamenti ai suoi principali fornitori (come i sistemi antimissile alla Germania) e contemporaneamente acquista da loro parti e sistemi cruciali per il suo apparato militare.
Le esportazioni belliche israeliane nel 2023 hanno raggiunto livelli record, ammontando a circa 14,8 miliardi di dollari.
Lo situazione sociale e lo scontro di classe nei territori palestinesi
Come anticipato nella parte introduttiva del nostro articolo, intendiamo offrire una breve analisi sul ruolo che le organizzazioni palestinesi, in particolare Fatah/ANP e Hamas, svolgono nello scontro di classe. Questi gruppi non solo rappresentano gli interessi della borghesia palestinese, ma ne sono anche i principali esponenti, come dimostrano i dati raccolti sullo sfruttamento del proletariato palestinese e sulla repressione delle lotte sindacali.
Ma prima di addentrarci su questo tema, vale la pena fare il punto della situazione economica e sociale dei territori.
La situazione economica a Gaza è estremamente critica e peggiorata a causa del conflitto e del blocco israelo-palestinese. Il PIL dei territori palestinesi è crollato: secondo la Banca Mondiale e l'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), nel 2024 si stima una contrazione del PIL intorno al 27-30% per l'intero territorio rispetto ai livelli pre-guerra; per Gaza la contrazione è particolarmente drammatica, tra l'80-86% in alcuni periodi di forte conflitto; nella Cisgiordania (West Bank), pur se meno devastata che Gaza, si registrano declini molto forti in settori chiave come commercio, servizi, manifattura e costruzione, con tassi di contrazione del PIL che possono arrivare al –25% in certi trimestri.
Il tasso di disoccupazione a Gaza è arrivato a circa il 79-80% nelle fasi più acute del conflitto, e anche nella Cisgiordania la disoccupazione è salita al 30-35%. Il tasso complessivo nei territori palestinesi, a livello dell'intera forza lavoro, è salito attorno al 50-51% dopo ottobre 2023, secondo fonti locali (PCA/PCBS) che includono Gaza e la West Bank.
Già prima del conflitto la Cisgiordania registrava livelli più bassi di povertà, mentre Gaza aveva già dati molto preoccupanti; con il conflitto la povertà si è estesa, specialmente a Gaza dove quasi tutta la popolazione versa in condizioni di povertà o dipendenza da aiuti esterni.
Nel 2023 il PIL pro capite si è attestato a 3.360 dollari, un calo del 12% rispetto al 2022; solo per Gaza c'è stato un calo del 28%. Il reddito pro capite a Gaza era di circa un quinto di quello in Cisgiordania. Nel 2023 il reddito reale pro capite di Gaza è stato il più basso mai registrato.
Il deficit pubblico è molto grande: le entrate sono crollate mentre la spesa è aumentata a causa della crisi umanitaria. Le risorse che Israele trattiene (come dazi o tasse doganali che l'Autorità Palestinese incassa tramite accordi con Israele) sono una fonte di forte contenzioso, e la loro riduzione o ritenuta ha causato mancanze di liquidità per i territori palestinesi.
Benché il sostegno internazionale rimanga cruciale, i livelli di donazioni sono diminuiti rispetto agli anni precedenti, e non sempre riescono a coprire il fabbisogno crescente.
Le intense operazioni militari di Israele a Gaza hanno portato a una distruzione senza precedenti, spazzando via gran parte delle infrastrutture essenziali (case, scuole, ospedali, reti idriche, strade), delle proprietà private e delle risorse agricole.
Il settore privato, quasi paralizzato, è segnato da una riduzione o sospensione delle attività produttive soprattutto a Gaza; molte imprese nella Cisgiordania hanno segnalato calo di attività, perdita di forza lavoro, costi logistici altissimi per trasporti, restrizioni al movimento, checkpoint, confini chiusi o ostacolati.
Anche il sistema bancario ha riscontrato perdite di liquidità, aumento dei prestiti deteriorati, e difficoltà per le banche locali a operare regolarmente, specie per transazioni che coinvolgono l'esterno.
Il movimento sindacale in Palestina è profondamente intrecciato con l'occupazione israeliana, le restrizioni sull'attività sindacale e con lo stato di guerra.
I principali sindacati sono: la Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi (PGFTU), un'organizzazione sindacale vicina a Fatah, con sede in Cisgiordania e a Gaza, che copre vari settori, inclusi i servizi sanitari e settori pubblici e privati; la Federazione Generale dei Sindacati Indipendenti (GFITU) / Nuova Federazione dei Sindacati Palestinesi, emerse come alternative alla PGFTU, spesso critiche nei confronti della sua gestione o della sua stretta affiliazione politica, che cercano di concentrarsi maggiormente sulle questioni lavorative immediate e sulla trasparenza interna; l'Unione Generale dei Lavoratori del Pubblico Servizio e del Commercio, con un importante rappresentanza sindacale nei settori pubblici e commerciali, e l'Unione Generale degli Insegnanti Palestinesi (GUPT), uno dei sindacati settoriali più influenti e le cui mobilitazioni per i diritti degli insegnanti (salari arretrati o inadeguati) hanno un forte impatto sociale e politico.
Tra le principali rivendicazioni e motivi di lotta ci sono le retribuzioni arretrate o sospese per 200 mila lavoratori palestinesi impiegati in Israele o in imprese israeliane, la mancanza di compensazioni e benefici (assicurazione, previdenza, sicurezza sul lavoro), le condizioni di lavoro pericolose e la mancanza di tutela, il sistema di protezione sociale insufficiente o assente.
La forte politicizzazione e il controllo delle principali organizzazioni sindacali tradizionali (come il PGFTU) hanno generato una diffusa sfiducia tra i giovani lavoratori e i giovani attivisti, che percepiscono i sindacati ufficiali come strumenti di fazioni politiche ormai lontane dai bisogni reali della classe lavoratrice e spesso incapaci di rappresentare le nuove esigenze di un mercato del lavoro sempre più precario e complesso. La mancanza di rappresentanza reale, la scarsa trasparenza e l'assenza di rinnovamento (la PGFTU non ha più organizzato elezioni sindacali dal 2005) hanno spinto molte giovani generazioni a cercare forme di organizzazione più autonome, inclusive e dinamiche, privilegiando modalità di partecipazione diretta e consenso orizzontale.
Alcuni esempi di movimenti giovanili con una propensione ai diritti dei lavoratori che meritano di essere citati, sono: la Youth Against Settlements, un movimento che unisce la protesta giovanile contro l'occupazione e il degrado sociale ed economico, con forti campagne sui diritti sociali e lavorativi; l'Independent Youth Syndicate (IYS), iniziativa sorta in Cisgiordania che mira a creare un sindacato giovanile autonomo, con assemblee aperte e piattaforme inclusive, puntando a superare le divisioni politiche.
Tra lavoratori del settore privato, giovani studenti e freelance, sono cresciute azioni non coordinate dai sindacati tradizionali ma molto efficaci nel portare all'attenzione pubblica questioni specifiche. A queste azioni spesso le autorità palestinesi e i datori di lavoro rispondono con le intimazione e le rappresaglie.
Nel 2012 ci furono proteste diffuse in diverse città della West Bank (Ramallah, Nablus, Hebron, ecc.) contro l'aumento dei prezzi, il rincaro dei carburanti e il deteriorarsi delle condizioni economiche. Scioperi anche nel trasporto pubblico per chiedere di abbassare i prezzi, pagare gli stipendi arretrati, sostenere i costi di base e garantire una maggiore equità economica.
A gennaio 2019, migliaia di Palestinesi nella West Bank hanno partecipato a uno sciopero generale - negozi chiusi, proteste a Ramallah, Nablus e Bethlehem - contro una legge della PA che imponeva contributi obbligatori ai lavoratori. Tra le rivendicazioni dello sciopero che la legge venga ritirata o modificata e che non si impongano costi aggiuntivi su lavoratori già in difficoltà.
Nel 2023 a Gaza ci sono state manifestazioni organizzate dal movimento We Want to Live ("Vogliamo vivere") contro la crisi economica. Il movimento, sorto online e con proteste in strada, chiedeva una migliore qualità della vita, la riduzione delle tasse, una maggiore trasparenza, che Hamas fermi la sua repressione delle proteste e una miglior gestione economica.
Nel marzo 2025 un'altra protesta pubblica, sempre a Gaza e in particolare nel nord (Beit Lahiya e altre zone), ha visto la partecipazione di migliaia di palestinesi che hanno protestato apertamente contro Hamas durante l'offensiva israeliana, chiedendo «Hamas fuori!» e criticando la gestione della guerra. Oltre alle proteste contro la guerra, le richieste includevano la fine delle restrizioni e della violenza interna, una migliore amministrazione, e la cessazione delle responsabilità di Hamas nella gestione che peggiora la vita quotidiana.
In entrambi i territori (Gaza sotto Hamas, Cisgiordania sotto l'Autorità Palestinese dominata da Fatah) esistono condizioni di lavoro precarie, con ampi settori di economia informale in cui non vengono rispettati i contratti, non si pagano contributi sociali e i salari sono molto bassi. Questi fenomeni sono amplificati dalla povertà diffusa e dalla mancanza di alternative lavorative, che rendono i lavoratori vulnerabili a forme di sfruttamento. I governi locali, nelle loro rispettive aree, spesso tollerano o addirittura favoriscono queste pratiche per mantenere il controllo sociale ed economico, evitando di dare troppo potere a organizzazioni sindacali indipendenti.
Entrambi i movimenti, pur rivendicando un ruolo di tutela dei diritti del popolo palestinese, hanno interessi politici ed economici che possono entrare in conflitto con i diritti dei lavoratori: Fatah, tramite l'Autorità Palestinese, gestisce appalti pubblici e risorse che talvolta vengono utilizzate per premiare clientele politiche o per mantenere consenso elettorale, senza trasparenza sul trattamento dei lavoratori; Hamas, a Gaza, esercita un controllo rigido e spesso repressivo sull'economia locale, per cui le imprese e i datori di lavoro legati al movimento possono imporre condizioni di lavoro dure, compreso il lavoro in nero, per massimizzare il controllo e ridurre costi.
Numerose ONG palestinesi e internazionali, come il Democracy and Workers' Rights Center (DWRC), hanno documentato casi di lavoro nero e salari inferiori al minimo legale, spesso associati a lavoratori impiegati in settori pubblici o semi-pubblici sotto il controllo diretto o indiretto dei due movimenti.
L'assenza di elezioni sindacali libere e di sindacati indipendenti rafforza la posizione dei governi locali, che possono così evitare negoziazioni sindacali genuine e mantenere condizioni di lavoro svantaggiose.
In Cisgiordania, Fatah ha una relazione stretta con il settore imprenditoriale, in particolare con le grandi famiglie e imprese storiche. Molti leader imprenditoriali sono legati a doppio filo all'ANP: alcuni sono ex funzionari, altri ottengono appalti, licenze o vantaggi fiscali grazie ai contatti politici. Il Palestinian Investment Fund (PIF), anche se tecnicamente autonomo, è sotto influenza dell'ANP, e viene spesso criticato per poca trasparenza e favoritismi verso le imprese politicamente "fedeli".
Nella Striscia la situazione è caratterizzata dal forte controllo di Hamas e le imprese di Gaza devono negoziare direttamente con Hamas per sopravvivere: permessi, importazioni, imposte, distribuzione di elettricità o carburante, ecc. Alcuni imprenditori collaborano o si adattano al controllo di Hamas, in cambio di stabilità o favori fiscali.
Conclusioni
Sia la parte inerente alle manifestazioni, le lotte, le mobilitazioni e le espressioni del dissenso che qui si è provato a documentare, sia la digressione sulla sfera sindacale, perlomeno nelle sue principali rappresentazioni, ci confermano nel convincimento che, salvo improbabili rovesciamenti dello scenario (perché ciò avvenga si dovrebbe tornare ai migliori anni della collaborazione fra i compagni israeliti di Anarchists Against the Wall e alcune individualità palestinesi, o agli slogan come «due Popoli, nessuno Stato», ecc.), la condizione complessiva in cui si trova la Classe nell'area in questione non solo è lungi da una configurazione matura e congrua nel suo cammino verso l'appropriazione di uno statuto poggiante sull'autonomia, sulla presa di coscienza crescente quanto a forme organizzative, strumenti di intervento praticabili ed efficaci, libertà e indipendenza, cultura e sviluppo della capacità d'analisi... ma addirittura versa in una fase primordiale, quella che deve essere superata per poter coltivare il desiderio e la possibilità di un passaggio dall'arrancare all'avviare un (purchessia) processo o progetto.
«A vida fazse de acasos e valores» («La vita è fatta di incontri casuali e di valori») recita il titolo di un libro pubblicato recentemente in Portogallo, il cui autore era il compagno José Hipólito dos Santos, e tale titolo racchiude un monito che evoca la necessità - e l'impegno! - da introiettare come un dovere: quello di oltrepassare e di affrancarsi da ogni e qualsivoglia stigma, come quelli più sopra citati dell'etno-identitarismo, del malevolo senso di appartenenza comunitaristica, del nazionalismo e dello spirito religioso..., che inquina, degrada e infetta (fino alla necrosi socio-politico-culturale) tutte le tensioni a un disegno di Società fondato su egualitarismo, giustizia e libertà.
Sitografia
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Agence France-Presse, Il piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza, «AffarInternazionali», 30/09/2025 (https://www.affarinternazionali.it/il-piano-di-pace-in-20-punti-di-trump-per-gaza)
Dalia Alazzeh, Shahzad Uddin, Palestine's economy teeters on the brink after a year of war and unrelenting destruction, «The Conversation», 29/10/2024 (https://theconversation.com/palestines-economy-teeters-on-the-brink-after-a-year-of-war-and-unrelenting-destruction-241607)
Mohammad Alloush, Palestinian workers organising in West Bank, «Alliance for Workers' Liberty», 14/05/2024 (https://www.workersliberty.org/story/2024-05-10/palestinian-workers-organising-west-bank)
Michael Arria, L'amministrazione Biden prevede un'ultima vendita di armi da 8 miliardi di dollari a Israele, «AssoPacePalestina» 06/01/2025 (https://www.assopacepalestina.org/2025/01/06/lamministrazione-biden-prevede-unultima-vendita-di-armi-da-8-miliardi-di-dollari-a-israele)
Gavin Blackburn, Stati Uniti verso la vendita di armi a Israele per 8 miliardi di dollari, «Euronews», 05/01/2025 (https://it.euronews.com/2025/01/05/stati-uniti-verso-la-vendita-di-armi-a-israele-per-8-miliardi-di-dollari)
Democracy for the Arab World Now (DAWN), Al Senato USA: bloccare il nuovo pacchetto di armi per Israele, «AssoPacePalestina», 13/08/2024 (https://www.assopacepalestina.org/2024/08/16/al-senato-usa-bloccare-il-nuovo-pacchetto-di-armi-per-israele)
Marion Fernando, Cos'è il Canale Ben Gurion e cosa ha che fare con Gaza?, «Contropiano», 08/01/2024 (https://contropiano.org/news/internazionale-news/2024/01/08/cose-il-canale-ben-gurion-e-cosa-ha-che-fare-con-gaza-0168149)
ILO News, A year of war: Unemployment surges to nearly 80 per cent and GDP contracts by almost 85 per cent in Gaza, «International Labour Organization», 17/10/2024 (https://www.ilo.org/resource/news/year-war-unemployment-surges-nearly-80-cent-and-gdp-contracts-almost-85)
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Francesca Salvatore, Gaza: la rivolta silenziosa contro Hamas che potrebbe riscrivere il futuro, «InsideOver», 30/05/2025 (https://it.insideover.com/guerra/gaza-la-rivolta-silenziosa-contro-hamas-che-potrebbe-riscrivere-il-futuro.html)
Andrea Siccardo, Altro che Nobel: i dati mostrano che, di fatto, sono stati gli Stati Uniti a bombardare Gaza, «Altreconomia», 10/10/2025 (https://altreconomia.it/altro-che-nobel-i-dati-mostrano-che-di-fatto-sono-stati-gli-stati-uniti-a-bombardare-gaza)
SIPRI, SIPRI Yearbook 2024 (https://www.sipri.org/sites/default/files/202409/yb24_summary_it.pdf)
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Moumen al-Natour. IN DIRETTA da Gaza: Fame, tortura, e speranza: vogliamo la pace, non Hamas, «YouTube», 23/10/2025 (https://youtu.be/p1PQDPIb_Y)
Our workers after October 7... uninterrupted bleeding causing an economic crisis, «Al Quds», 16/04/2025 (https://www.alquds.com/en/posts/158066)
Palestine: Global unions file ILO complaint to recover wages of over 200,000 Palestinians workers in Israel, «International Federation of Journalists», 26/09/2024 (https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/palestine-global-unions-file-ilo-complaint-to-recover-wages-of-over-200000-palestinian-workers-in-israel)
Palestine Investment Fund, «Wikipedia», (https://en.wikipedia.org/wiki/Palestine_Investment_Fund)
Vendite di armi in Israele, «Trading Economics» (https://it.tradingeconomics.com/israel/weapons-sales)
World Bank Issues New Update on the Palestinian Economy, «World Bank Group», 23/05/2024 (https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2024/05/23/world-bank-issues-new-update-on-the-palestinian-economy)
World Bank Report: Impacts of the conflict in the Middle East on the Palestinian Economy - September 2024 Update, «United Nations», 26/09/2024 (https://www.un.org/unispal/document/world-bank-report-26sep24)
Sito web del progetto Med-Red Land Bridge (https://medredlb.com)

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