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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #40 - Ritorno sulla sollevazione "Donna, vita, libertà" in Iran - Intervista ad Assareh Assa (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 9 Jan 2026 09:46:07 +0200


*L'intervista è stata realizzata da zyg nel settembre 2025 e pubblicata in francese su «Courant Alternatif» nei mesi di ottobre e novembre. ---- Abbiamo incontrato Assareh Assa, compagna iraniana esiliata in Francia, per un'intervista che ripercorre la rivolta iraniana del 2022, seguita all'assassinio di Mahsa Jina Amini. Nello scorso numero del Cantiere (39, novembre 2025) abbiamo pubblicato la prima parte, dedicata ai risultati di quel movimento sul piano della libertà delle donne, ai suoi limiti rispetto alle questioni sociali, alla repressione e al nazionalismo in Iran. In questa seconda parte, Assareh ci parla della guerra Israele-Iran, della situazione delle classi lavoratrici e della natura "fascista" del regime.

Torniamo ora alla guerra tra Israele e l'Iran. Hai detto che il nazionalismo iraniano ha finito per aiutare la Repubblica islamica. Puoi spiegare questa idea?

In effetti, qualsiasi attacco contro un Paese tende a risvegliare il sentimento nazionalista della sua popolazione. Nel caso degli iraniani, la situazione è stata particolarmente ambigua durante quella che è stata chiamata la guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele.

La stragrande maggioranza degli iraniani odia profondamente l'attuale regime, per la violenza e la brutalità con cui reprime gli oppositori. Si sentono incapaci di liberarsene, e perciò provano una sorta di soddisfazione nel vedere i loro oppressori colpiti duramente. Senza dubbio le rappresaglie israeliane contro i comandanti della Repubblica islamica hanno suscitato gioia nella maggior parte della popolazione iraniana.

Anche se i bombardamenti israeliani hanno ferito il sentimento nazionale, una grande parte della popolazione attende passivamente il prossimo attacco di Israele come occasione per liberarsi definitivamente della Repubblica islamica, e considera quindi le azioni militari israeliane come una cosa positiva. Bisogna dirlo: purtroppo, l'idea di essere "liberati" da uno Stato come quello di Netanyahu, il cui carattere fascista è noto da tempo, non disturba una parte della popolazione iraniana.

Questa indifferenza si spiega in parte con il fatto che i liberali si sforzano di presentare Israele come l'unica vera democrazia del Medio Oriente: uno Stato che funziona, che garantisce la libertà d'espressione e la sicurezza economica della sua popolazione, ecc. Sappiamo che non è così, ma la società iraniana sembra ormai ben lontana dal cercare la verità sulla natura del regime israeliano. Ciò è dovuto al discorso che la Repubblica islamica ha mantenuto per tutta la sua esistenza.

Vorrei soffermarmi un momento su questo punto. L'Iran, molto prima della nascita della Repubblica islamica, era culturalmente contrario all'occupazione israeliana della Palestina. Ma negli ultimi anni una parte degli iraniani si è schierata dalla parte di Israele proprio a causa della Repubblica islamica. Trasformando la causa palestinese in una causa di Stato, il regime ha cambiato lo sguardo degli iraniani sul conflitto israelo-palestinese.

Infatti, utilizzando la causa palestinese come strumento di repressione interna, il regime l'ha resa detestabile agli occhi di molti iraniani. Per fare un esempio: tempo fa il regime ha organizzato una parata di bassidji, giovani donne filo-governative incaricate di aggredire le donne che osano uscire in strada senza velo; queste bassidji sfilavano con in mano la bandiera palestinese.

Tuttavia, non è solo l'uso dell'emblema palestinese a spingere gli iraniani a identificare il discorso filo-palestinese con la loro oppressione. Per tutta la sua esistenza la Repubblica islamica ha condotto una politica estera il cui risultato diretto per gli iraniani è stato un impoverimento senza freni.

Certo, si può e si deve cercare la causa di questa politica devastante negli interessi economici dei dirigenti. Ma per un iraniano comune le cose appaiono così: il regime spende il denaro del Paese per le popolazioni dei Paesi che considera suoi alleati nell'"asse della resistenza", in particolare per i palestinesi.

Per questo negli ultimi anni, e ancora oggi, si sente spesso gridare nelle manifestazioni lo slogan: «Lascia perdere la Palestina, trova una soluzione alla nostra miseria».

È evidente che il regime finanzia con i proventi del petrolio gli armamenti di varie strutture militari e paramilitari della regione appartenenti all'"asse della resistenza". Ma pretendere che quel denaro serva a migliorare la sorte dei popoli di Paesi come Siria, Iraq, Yemen o Palestina è una menzogna pura e semplice.

In ogni caso, l'idea diffusa nella società iraniana è che se il regime adora la causa palestinese, allora gli iraniani odiano i palestinesi e la loro causa, e amano il loro nemico, Israele; quello stesso Israele che li massacra.

A mio avviso applaudire Israele, psicologicamente, moralmente e ideologicamente, per ciò che sta facendo a Gaza rivela soltanto una mentalità fascista. È un atteggiamento, indotto dal regime iraniano, profondamente triste. La società iraniana, che prima della rivoluzione del 1979 sosteneva la causa palestinese, è diventata, se non apertamente favorevole al genocidio in corso a Gaza, almeno indifferente. Per puro opportunismo, secondo il principio "il nemico del mio nemico è mio amico", o per quella logica riformista secondo cui il male è preferibile al peggio: Israele è cattivo, ma la Repubblica islamica è peggiore. Ancora una volta, le menti più semplici rifiutano di vedere il legame che unisce questi due regimi fascisti, e il modo in cui si alimentano a vicenda attraverso il loro antagonismo.

Hai più volte definito la Repubblica islamica "fascista", il che non è un dettaglio. Tutti sanno che il potere in Iran è una dittatura teocratica. Ma bisogna davvero chiamarla fascista?

Sono consapevole che il termine fascista è molto carico: ha un significato storico ben preciso, e dunque occorre evitare di usarlo a sproposito. Tuttavia, mi permette di descrivere in modo adeguato la situazione politica e sociale in Iran. La Repubblica islamica è infatti il risultato della presa del potere da parte delle forze controrivoluzionarie; nasce da una rivoluzione popolare che è fallita. I suoi primi atti sono consistiti nell'eliminare gli elementi radicali della società, cosa che ha fatto molto bene. Ha poi scatenato una guerra contro l'Iraq, grazie alla quale ha potuto mobilitare le masse attorno alla propria ideologia suprematista, una versione iraniana dell'islam: lo sciismo. In questo modo è riuscita a soffocare ogni voce di opposizione durante la guerra e per tutto il decennio successivo. Per tutte queste ragioni, mi sembra ingiusto privare il regime della qualifica di fascista!

Detto ciò, se qualcuno mi propone un altro termine o un altro concetto che permetta di collocarlo sullo stesso piano del regime israeliano, lo accetterò volentieri. Infatti, penso che insistere, giustamente, sul carattere fascista delle pratiche di Israele, in particolare sul genocidio che sta compiendo a Gaza, e al tempo stesso considerare il regime iraniano come una semplice dittatura, costituisca un grave errore di analisi. Questo approccio porta a pratiche che, in definitiva, finiscono per sostenere la Repubblica islamica nella sua politica militarista e nel rafforzamento della repressione contro gli iraniani, con il pretesto di fronteggiare Israele.

Il discorso politico che definisce fascista Israele ma non l'Iran è spesso sostenuto dalla sinistra dell'"asse della resistenza". I sostenitori della cosiddetta sinistra "campista" o "antimperialista" mettono sul piatto della bilancia le distruzioni e le morti causate dai due regimi in conflitto.

Essi ignorano, o preferiscono ignorare, che la Repubblica islamica, con la sua sola esistenza come minaccia permanente nei confronti di Israele, ha aggravato la vita e la lotta dei palestinesi.

Ignorano anche che Israele ha venduto armi all'Iran durante la guerra Iran-Iraq, il che ha contribuito in modo decisivo a consolidare il potere del regime attraverso la guerra stessa. Non tengono conto, inoltre, del discorso apertamente antisemita dell'Iran, che consente allo Stato israeliano di confondere antisemitismo e antisionismo.

Di fronte a questo paragone semplicistico che proviene da certa sinistra, mi piace ricordare la frase di Otto Rühle «per parlare di fascismo nero, bisogna anche parlare di fascismo rosso», e adattarla alla situazione attuale: per parlare del fascismo israeliano, bisogna anche parlare del fascismo iraniano, e viceversa.

Ma per non restare soltanto nella retorica e non limitarsi a giustificare l'uso politico dell'etichetta fascista per designare il regime iraniano, guardiamo la questione dal punto di vista degli operai immigrati afghani. Infatti, a differenza di una semplice dittatura, uno Stato fascista ha bisogno del sostegno della propria popolazione per condurre le sue politiche fasciste. E mi pare che questo, purtroppo, sia stato proprio il caso durante l'ultimo atto del regime iraniano contro gli afghani.

Parli dell'espulsione recente degli immigrati afghani dall'Iran?

Sì. Vorrei approfittare di questa occasione per evocare la situazione di questi immigrati in Iran. Mi permette anche di completare la risposta alla tua prima domanda, ossia in che modo il nazionalismo iraniano sostiene il regime. Per farlo, devo tornare alla fine della sollevazione seguita alla morte di Jina. Infatti, come ho detto all'inizio di questa intervista, il fallimento di quella rivolta si è tradotto nello scontro tra le diverse forze politiche sulla questione dell'integrità territoriale.

Questo conflitto ha assunto proporzioni notevoli, al punto che le forze sovraniste turche si sono schierate contro i nazionalisti curdi, questi ultimi contro i persiani, e i persiani contro tutti gli altri, e così via. Per controllare il conflitto nazionale dopo quell'insuccesso, il regime aveva bisogno di riunire tutti gli attori sotto una parola d'ordine nazionale.

Ma questa parola d'ordine non poteva più essere diretta contro il cosiddetto nemico esterno, cioè i Paesi occidentali, poiché gli iraniani non ci credevano più da tempo.

Avendo perso fiducia nel suo discorso identitario contro il nemico esterno, il regime ha cercato di crearne uno interno: i lavoratori immigrati.

Se la maggior parte degli iraniani non si schiera più col regime nella sua contrapposizione con Israele o con gli Stati Uniti, si schiera invece al suo fianco contro gli afghani, arrivati in Iran, secondo loro, per rubare il pane o distruggere il loro bel Paese.

Negli ultimi anni, gli immigrati afghani e i loro discendenti hanno subito atrocità non solo da parte dello Stato, ma anche da parte di alcuni cittadini iraniani. Pur condividendo con gli iraniani la stessa cultura, la stessa lingua e la stessa religione, gli afghani non sono mai stati i benvenuti in Iran.

Sono vittime di ogni tipo di discriminazione statale:

non possono stabilirsi dove vogliono;

non possono frequentare determinati quartieri;

l'accesso a certi spazi pubblici, come i giardini, è loro vietato;

non possono neppure avere una scheda SIM a proprio nome né circolare liberamente nel Paese.

Incontrano enormi difficoltà a iscrivere i figli a scuola, e in certi casi è del tutto impossibile.

Negli ultimi tempi si è persino visto il regime vietare la vendita di pane e di medicinali agli afghani.

È evidente che lo Stato non potrebbe mettere in atto tutte queste discriminazioni sistematiche se in Iran non esistesse il razzismo.

Ma anche prima della sollevazione di Jina, un afghano, o persino un irano-afghano, non era al riparo da atti razzisti: gli episodi di violenza contro gli afghani sono innumerevoli, soprattutto quando si tratta di hazara, facilmente riconoscibili dai tratti asiatici.

Si comincia da un semplice insulto per strada, si passa alle percosse e si arriva all'incendio del loro quartiere.

Per quanto posso ricordare, è sempre esistito un sentimento di superiorità nella maggior parte degli iraniani nei confronti degli afghani. Non mi soffermerò qui sulle ragioni storiche, culturali o economiche di ciò; dirò soltanto che in Iran circola un discorso secondo il quale gli iraniani sarebbero discendenti degli ariani, portatori di "sangue puro", ecc.; un mito che legittimerebbe la loro presunta superiorità "razziale" rispetto ai non ariani. Questo discorso, com'è ovvio, oggi ha assunto ancora più rilievo; ma gli atti di razzismo contro gli afghani, soprattutto contro gli hazara, non sono affatto recenti. In un contesto di crisi politica, economica e sociale, questo razzismo sfocia in atti che non si possono definire se non fascisti.

Va anche osservato che la questione degli operai afghani e del razzismo di cui sono vittime comincia lentamente a essere sollevata nella società, soprattutto negli ambienti intellettuali di sinistra.

Il regime, da tempo incapace di garantire il minimo vitale alla popolazione, ha cercato di alleggerire il peso dello Stato. Ha trovato come soluzione l'espulsione delle famiglie di immigrati afghani.

Per farlo, però, aveva bisogno della collaborazione della società: la guerra gli ha fornito il pretesto nazionalista ideale.

Durante la guerra dei dodici giorni gli iraniani di ogni orientamento politico sono rimasti sotto shock. Hanno visto il mito della potenza militare del regime dissolversi, e quest'ultimo rivelarsi estremamente vulnerabile di fronte al suo nemico. Hanno sperato che la situazione potesse evolvere a loro favore, ma si sono anche preoccupati per la propria sicurezza. Così, una volta terminati i bombardamenti delle città, hanno cominciato a mostrare solidarietà verso il regime.

In che modo? Il regime ha cercato capri espiatori per giustificare il proprio fallimento, e li ha trovati tra i più poveri della società iraniana: gli operai afghani. Li ha braccati nei luoghi di lavoro, nelle loro case e persino negli ospedali. La maggioranza degli iraniani non crede alla storia completamente inventata dal regime sugli afghani, ma lo ha comunque aiutato in modo efficace sostenendo la loro espulsione di massa.

Si stima che tra cinque e sei milioni di lavoratori e lavoratrici afghani lavorino in Iran per salari da fame. Il regime è riuscito a espellerne tra uno e due milioni, in condizioni terribili.

Si sono registrati anche alcuni decessi nei campi di detenzione, dove gli operai afghani erano trattenuti per giorni senza cibo né acqua, prima di essere rimandati in Afghanistan.

La borghesia imprenditoriale della classe media iraniana conosce bene il valore economico di questa manodopera a basso costo. Tuttavia, il regime è così preoccupato per il proprio futuro da non poter valutare i danni che questo settore produttivo della borghesia subirà nel medio periodo.

Inoltre, la situazione economica della classe operaia iraniana è talmente disastrosa che il regime è convinto che, prima o poi, accetterà di sostituire la manodopera immigrata, accontentandosi di salari miserabili in lavori duri e mal pagati.

Nella situazione materiale allarmante degli iraniani, ci sono anche carenze d'acqua ed energia, giusto?

Sì, ma prima di rispondere a questa domanda vorrei fornire alcune cifre, per far comprendere meglio la disperazione economica della classe operaia. Una famiglia operaia di quattro persone ha bisogno di circa 48 milioni di toman per sopravvivere in una città costosa come Teheran, mentre il salario attuale di un operaio non supera i 14 milioni di toman, cioè meno di 100 dollari al mese.

La minaccia della guerra e dell'embargo aggrava ulteriormente la condizione di questa classe, ma impoverisce sempre di più anche la classe media, al punto che alcuni suoi strati non riescono più a riprodursi come tali.

Per quanto riguarda la mancanza di elettricità, gli esperti ritengono che dipenda dal fatto che il regime non ha investito nel rinnovo dei mezzi di produzione. Ci sono molte perdite nelle reti, sia per l'acqua, sia per il gas, sia per l'elettricità, ecc. Non ho cifre, ma a quanto pare in Iran si producono molti bitcoin, una sorta di trucchetto per aggirare gli embarghi usando le criptovalute. Risultato: ci sono interruzioni quotidiane di elettricità.

È però importante notare che queste interruzioni non colpiscono tutti gli iraniani allo stesso modo: nelle città più piccole e nei villaggi gli abitanti sono ancora più privati di elettricità rispetto a quelli delle grandi città o dei quartieri agiati. Operando questa scelta, infatti, il regime cerca di ridurre il rischio di sollevazioni nelle grandi città.

Per quanto riguarda la carenza d'acqua, bisogna sapere che una siccità imperversa in Iran da circa cinque anni, ma questa non è l'unica causa: anche la cattiva gestione delle risorse idriche è un fattore. E quando si parla di scarsità d'acqua, non si tratta di un fenomeno transitorio. Le grandi città storiche dell'Iran oggi sono minacciate da questo problema. A Ispahan, per esempio, il suolo si sta abbassando. Perché? Perché si è pescato nelle acque sotterranee per usarle in agricoltura, al fine di realizzare uno dei grandi sogni del regime: raggiungere l'indipendenza alimentare. Dall'altra parte del Paese, nel nord-ovest, Orumia, il più grande lago d'Iran, è stato prosciugato dalla costruzione di dighe. La conseguenza è che tra qualche anno le grandi città saranno direttamente colpite dal sale che il vento trasporta e che secca tutto al suo passaggio (il fenomeno è già in atto). È difficile immaginare il numero di fiumi e stagni prosciugati, direttamente o indirettamente, per interessi materiali diretti di cui approfitta la mafia economica del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica: prosciugare uno stagno per sfruttare il petrolio o i minerali che si trovano nelle vicinanze, per esempio.

Qualche anno fa, durante un movimento di protesta, un mullah ha dichiarato: «Nous ne partirons pas. Mais si nous partons, nous vous laisserons la terre brulée».[«Non ce ne andremo. Ma se ce ne andremo, vi lasceremo terra bruciata»; N.d.R.]. Temo personalmente che possano realizzare questo progetto!

E cosa potrebbe impedire ai mullah di realizzare quel progetto?

Ah, domanda sacrosanta! In verità, la lotta non finirà finché non avremo trovato la risposta a questa domanda: che fare?

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